Il passaggio tra vecchio e nuovo anno è delicato:
i dèmoni sono in agguato.
Spari e campane servivano proprio a metterli in fuga...
« Gli strumenti in ferro sono apotropaici, allontanano il demone
[...] Ricordo ancora quand'ero bambino che nelle campagne i nostri nonni, appena c'era minaccia di temporale, facevano suonare le campane, usanza che si ricollega alle antiche credenze secondo cui i demoni possono essere messi in fuga dal suono del metallo, campane, campanelli, cembali, il suono del gong. » [1]
I botti sono un'evoluzione delle campane e dei sonagli:
si 'scampanava' per scacciare i dèmoni, quando l'uso della polvere da sparo non era ancora affermato in Europa.
L'importante era fare più rumore possibile.
Paolo Toschi spiegava bene questa usanza...
« E al fragore dei cocci rotti si unisce quello dei "botti", che sono, sì, ora soltanto espressione di chiassosa allegria, ma che in origine avevano anche la funzione di scacciare e distruggere gli spiriti maligni. » [2]
Gli animali, specie i gatti, fuggivano terrorizzati?
Meglio! Il rumore serviva proprio a questo.
I gatti erano gli animali più spesso posseduti dal diavolo:
i botti avevano, soprattutto contro di loro, potere apotropaico.
Andreina Ciceri, scrivendo delle Tradizioni popolari friulane, spiega bene questa usanza esorcistica...
« Nelle Valli del Nat, a Natale la compagnia dei giovani suonava le campane fino a mezzanotte, a fine d'anno fino alle prime ore successive, ai Tre Re [Magi: Epifania, n.d.a.] per l'intera notte e spesso a gara coi paesi vicini ("per avere le rape più grosse").
Alle campane si accompagnava anche lo sparo di mortaretti, ché il rumore doveva cacciare gli spiriti maligni. » [3]
➔ Amuleti apotropaici per scacciare le malefiche ---
Manofica contro Ombre: gli Spiriti della notte.
Campane apotropaiche: amuleti per combattere i demoni.
➔ Amuleti -in pietra- scolpiti sulla facciata delle chiese ---
Mostri Santi dell'Umbria: luoghi del Sacro Orrore.
Note alle immagini ---
_L'immagine sopra, con un cane che brandisce delle campanelle, è tratta dal manoscritto Douce 5: folio 180v.
_In apertura del post, miniatura tratta dal medesimo manoscritto: folio 100v.
_La miniatura con un coniglietto che suona le campane della chiesa è tratta dal manoscritto W.102 presso il Walters Art Museum di Baltimora (U.S.A.) : folio 81r.
Note al testo ---
[1] Cfr. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, 2000, p. 149.
[2] Cfr. Paolo Toschi, Invito al folklore italiano: le regioni e le feste, Editrice Studium, Roma, 1963, p. 118.
[3] Cfr. Andreina Nicoloso Ciceri, Tradizioni popolari friulane, Volume 2, Chiandetti, Udine, 1982, p. 597.
lunedì 26 dicembre 2022
venerdì 9 dicembre 2022
Ghirlande appese: l'esorcismo di Natale.
Chi nasce nel giorno di Natale, o al solstizio d'estate, può essere preda di forze demoniache.
« [...] le madri di gemelle e chi nasce nel giorno di San Giovanni o di Natale, sono destinati a divenire streghe e stregoni.
[...] In particolare, nel chietino, per le tre notti successive al giorno di Natale il padre, con un piccolo ago rovente, disegna una piccola croce sopra il piede del figlio per "guarirlo" ed evitargli la sorte infausta. » [1]
In quei due giorni dell'anno -la notte tra il 24 e il 25, a giugno e dicembre- i dèmoni sono molto attivi. Specie a Natale:
per scongiurarli, si appende una ghirlanda sulla porta di casa.
La ghirlanda ha potere apotropaico...
« I giorni solstiziali (san Giovanni, o il Natale) erano sentiti come delicati e decisivi momenti di passaggio, momenti dell'anno gravidi di incertezza di cui gli spiriti maligni cercavano di approfittare. »
« Le ghirlande appese alle porte e alle finestre per tener lontano streghe, diavoli, e i temporali, cioè i demoni che li causavano, sono intrecciate di erbe dotate di "potere sia medicinale che divinatorio". » [2]
Una di queste piante antistregoniche era la felce.
L'etnologo siciliano Giuseppe Pitrè spiegava l'uso di questa pianta magica che le streghe coglievano a Natale.
Appenderne un ramoscello alla porta, le avrebbe dissuase dall'entrare in casa...
« Nella notte di Natale, le streghe colgono la felce (la fèce) che si chiama anche l'erba della concordia o della sconcordia, ed ha forma di mano.
Le streghe uniscono o disuniscono le dita di quella strana mano, quando operano le loro malìe, per unire o disunire gli animi » . [3]
➔ Sulle tecniche difensive contro le forze maligne:
Campane apotropaiche: amuleti per combattere i demoni.
Note alle immagini ---
_La miniatura sopra, con un Vescovo dalle zampe ferine e sul posteriore una testa barbuta, è tratta dal manoscritto Stowe 17 della British Library: folio 206r
_La miniatura in apertura, con un demone che stringe dei festoni, è tratta dal manoscritto Add MS 62925 della British Library:
folio 23v.
Note al testo ---
[1] Cfr. Andrea Romanazzi, La stregoneria in Italia: scongiuri, amuleti e riti della tradizione, Venexia, Roma, 2008, p. 25.
[2] Le felci sono legate ai due solstizi, d'inverno e d'estate:
il seme, per credenze popolari, cade in estate:
" In alcuni dialetti la felce maschio ha nome felce di san Giovanni (per esempio, bolognese fallza ed san Svàn) :
si credeva che il seme nascesse e cadesse in quella magica notte, a mezzanotte in punto, e in quell'ora lo si andava a cercare perché teneva lontanno i malefici. "
Cfr. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 2000, pp. 55, 59 e 257.
[3] Giuseppe Pitrè, Curiosità popolari tradizionali. Credenze, usi e costumi abruzzesi, vol. VII, Palermo, 1890, p. 80.
Vedi la relativa pagina su Google Libri.
giovedì 1 dicembre 2022
Stregoneria Animale: il gufo succhiatore che si trasforma in capro.
Un manoscritto inglese ci mostra una capra e un gufo cornuto:
nei dialetti, un legame stretto unisce i due animali...
« i ciuffi auricolari brunoneri molto lunghi nel gufo reale ricordano le corna di una capra.
Anche il verso del rapace può aver richiamato il belare della capra.
Di qui il nome, in Valtellina, di cavra bésula "capra belante", cabra beso in Valcamonica e Poschiavo, cabra besol a Bormio, dove cabra begiol era anche il nome del caprimulgo che insieme a al duch, il gufo reale, porta la morte in quelle case dove va a cantare. » [1]
Dietro questa storia c'è il "capro espiatorio", che gli ebrei scacciavano nel deserto, ogni volta, per allontanare le impurità peccaminose [2].
Secondo Erodoto, gli Egiziani -il popolo più lussurioso del Mediterraneo!- organizzavano perfino l'accoppiamento rituale della donna al capro...
« Il capro e Pan si chiamano in egiziano Mendes.
In questo nomo ai miei tempi avvenne il seguente fatto straordinario:
un caprone si univa pubblicamente ad una donna, e questo era divenuto uno spettacolo pubblico. » [3]
In una miniatura da un manoscritto del Trinity College di Cambridge, la vacca munge le tette di una donna:
le due figure sono, nella fantasia del miniatore, una cosa sola!
Il filtro medievale sviluppò l'appetito carnale del gufo:
nacque così il gufo succhia-vacca:
« Gli animali antenati potevano allattare i bambini o rubare il latte alle madri dei bambini.
Molte fiabe o leggende raccontano ad esempio che il gufo si attaccava alle mammelle di donne che allattavano o di altri animali, come la vacca:
ebbene, l'origine del nome conferma questa concezione arcaica, dal momento che è una variante del latino bufo
[...] il cui significato originario era 'succhia-vacca' (si tratta del composto indoeuropeo bos 'vacca' + dha 'succhiare') ». [4]
◉ Sugli animali 'malefici', vedi anche:
Una civetta diabolica nella chiesa di Santa Maria a Lugnano in Teverina.
Teschio di cane: un'arma contro i malefici delle 'gatte'.
Note alle immagini ---
_Sopra, disegno con un diavolo cornuto dal manoscritto Add Ms 11283 conservato alla British Library: folio 6r.
_In apertura del post, miniatura con un gufo e un capro 'rampante' dal manoscritto Add Ms 62925: folio 63r.
_La seconda immagine del post è un disegno a margine del testo, sempre dal Bestiario Add Ms 11283: folio 7r.
_La terza miniatura, con una vacca che spreme il seno di una donna, è tratta dal manoscritto B.11.22 del Trinity College di Cambridge, visibile nel sito della Biblioteca inglese:
folio 118 verso.
Note al testo ---
[1] Cfr. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo. Santi, dèmoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 2000, p. 222.
[2] « A tutti questi tratti devono aver contribuito il racconto che Erodoto fa del culto sessuale egiziano del dio caprone nella città di Mendes, e il costume biblico del "capro espiatorio", scacciato nel deserto come portatore di tutte le impurità peccaminose degli uomini.
I cronisti greci identificano il caprone sacro di Mendes con Pan; originariamente doveva trattarsi di un ariete piuttosto che di un caprone. ».
Cfr. Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano, 1991, pp. 93-94.
[3] Cfr. Erodoto, Storie, Libro II, paragrafo 46 [2], in Biblioteca Universale Rizzoli, traduzione di Augusta Izzo d'Accinni, Volume Primo, Milano, 1984, p. 375.
[4] Cfr. Mario Alinei e Francesco Benozzo, DESLI: Dizionario Etimologico Semantico della Lingua Italiana. Come nascono le parole, Pendragon, Bologna, 2015, p. 70.
nei dialetti, un legame stretto unisce i due animali...
« i ciuffi auricolari brunoneri molto lunghi nel gufo reale ricordano le corna di una capra.
Anche il verso del rapace può aver richiamato il belare della capra.
Di qui il nome, in Valtellina, di cavra bésula "capra belante", cabra beso in Valcamonica e Poschiavo, cabra besol a Bormio, dove cabra begiol era anche il nome del caprimulgo che insieme a al duch, il gufo reale, porta la morte in quelle case dove va a cantare. » [1]
Dietro questa storia c'è il "capro espiatorio", che gli ebrei scacciavano nel deserto, ogni volta, per allontanare le impurità peccaminose [2].
Secondo Erodoto, gli Egiziani -il popolo più lussurioso del Mediterraneo!- organizzavano perfino l'accoppiamento rituale della donna al capro...
« Il capro e Pan si chiamano in egiziano Mendes.
In questo nomo ai miei tempi avvenne il seguente fatto straordinario:
un caprone si univa pubblicamente ad una donna, e questo era divenuto uno spettacolo pubblico. » [3]
In una miniatura da un manoscritto del Trinity College di Cambridge, la vacca munge le tette di una donna:
le due figure sono, nella fantasia del miniatore, una cosa sola!
Il filtro medievale sviluppò l'appetito carnale del gufo:
nacque così il gufo succhia-vacca:
« Gli animali antenati potevano allattare i bambini o rubare il latte alle madri dei bambini.
Molte fiabe o leggende raccontano ad esempio che il gufo si attaccava alle mammelle di donne che allattavano o di altri animali, come la vacca:
ebbene, l'origine del nome conferma questa concezione arcaica, dal momento che è una variante del latino bufo
[...] il cui significato originario era 'succhia-vacca' (si tratta del composto indoeuropeo bos 'vacca' + dha 'succhiare') ». [4]
◉ Sugli animali 'malefici', vedi anche:
Una civetta diabolica nella chiesa di Santa Maria a Lugnano in Teverina.
Teschio di cane: un'arma contro i malefici delle 'gatte'.
Note alle immagini ---
_Sopra, disegno con un diavolo cornuto dal manoscritto Add Ms 11283 conservato alla British Library: folio 6r.
_In apertura del post, miniatura con un gufo e un capro 'rampante' dal manoscritto Add Ms 62925: folio 63r.
_La seconda immagine del post è un disegno a margine del testo, sempre dal Bestiario Add Ms 11283: folio 7r.
_La terza miniatura, con una vacca che spreme il seno di una donna, è tratta dal manoscritto B.11.22 del Trinity College di Cambridge, visibile nel sito della Biblioteca inglese:
folio 118 verso.
Note al testo ---
[1] Cfr. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo. Santi, dèmoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 2000, p. 222.
[2] « A tutti questi tratti devono aver contribuito il racconto che Erodoto fa del culto sessuale egiziano del dio caprone nella città di Mendes, e il costume biblico del "capro espiatorio", scacciato nel deserto come portatore di tutte le impurità peccaminose degli uomini.
I cronisti greci identificano il caprone sacro di Mendes con Pan; originariamente doveva trattarsi di un ariete piuttosto che di un caprone. ».
Cfr. Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano, 1991, pp. 93-94.
[3] Cfr. Erodoto, Storie, Libro II, paragrafo 46 [2], in Biblioteca Universale Rizzoli, traduzione di Augusta Izzo d'Accinni, Volume Primo, Milano, 1984, p. 375.
[4] Cfr. Mario Alinei e Francesco Benozzo, DESLI: Dizionario Etimologico Semantico della Lingua Italiana. Come nascono le parole, Pendragon, Bologna, 2015, p. 70.
mercoledì 16 novembre 2022
Il Toro nel Labirinto: la Labrys della Dea e il sacrificio del Dio fecondatore.
Diodoro Siculo, nella Biblioteca Storica, ci racconta come le donne, per ottenere fertilità, si spogliassero nude davanti ad un toro venerato in nome di Apis...
« [...] i sacerdoti che hanno quest'incarico portano il vitello dapprima a Nilopoli, dove lo allevano per quaranta giorni, quindi, fattolo salire su una nave con una cabina dorata, lo conducono a Menfi, nel santuario di Efesto.
Nei quaranta giorni di cui si diceva lo possono vedere soltanto le donne:
gli stanno di fronte e gli mostrano, tiradosi su le vesti, i genitali:
ma d'allora in poi, è proibito loro di venire al cospetto di questo dio. » [1]
L'adorazione del Toro Apis, che gli Ebrei avevano riportato dall'Egitto sotto forma di Vitello d'oro, era comune ai popoli del Mediterraneo: gli Ebrei pagani non facevano eccezione...
« [...] notiamo che, in forma di toro, Zeus rapì Europa (epifania della Madre), si unì ad Antiope e tentò di far violenza a sua sorella Demetra.
E a Creta si leggeva uno strano epitaffio:
"Qui giace il grande bovino che si chiama Zeus".
Le divinità lunari mediterraneo-orientali erano rappresentate in forma di toro e investite di attributi taurini. » [2]
Il toro, simbolo del potere della Dèa, era ospitato nel Suo tempio Minoico: il Labirinto.
La Labrys della Grande Madre era una cosa sola con il Labirinto:
la radice comune delle due parole ne è la prova...
« Sir Arthur Evans fa l'ipotesi che il Labirinto fosse appunto il palazzo stesso, così chiamato dalla labrys o doppia ascia, l'emblema della sovranità in Creta, che aveva la forma di due quarti di luna (crescente e decrescente) uniti a dorso e simboleggianti il potere creatore e distruttore della dea. » [3]
Uccidere il Toro, in cerimonie (tauromachie) sopravvissute poi in forma ludica, era come fare un voto alla Dèa:
il Toro si cacciava non solo in Spagna, ma perfino a Trieste!
Questa usanza era ancora sentita all'inizio dell'Ottocento, quando Antonio Cratey la riportava [1808] nella Perigrafia dei nomi imposti alle androne, contrade e piazze di Trieste...
« [...] e ridotto il terreno ad uso di squero, che poscia fu rinchiuso, ed in esso si facevano da principio nel carnovale le caccie del toro ». [4]
➔ Sul sangue del Toro che svela la sacerdotesse infedeli ---
L'ordalia del Toro: sacerdotesse dagli occhi bovini.
◉ Sul dio toro Apis, e gli dèi cornuti della fertilità, vedi il post:
La luna e le corna:
il culto della Vacca lunare.
◉ Sulla continuità tra mitologia egizia e tradizione agiografica a Trieste, vedi il post:
Osiride e San Giusto: i due Annegati che regnavano sui Morti.
Note alle immagini ---
_In apertura del post, miniatura con un toro dal Bestiario Harley ms 4751, visibile nel sito della British Library: folio 22 verso.
_La seconda immagine è una miniatura dal manoscritto W.106 del Walters Art Museum.
Opera del miniatore William de Brailes, l'Adorazione del Vitello d'Oro è visibile anche su Wikipedia: folio 13 recto.
_In chiusura del post, bovino trafitto da un cacciatore dal Bestiario Add ms 11283, visibile nel sito della British Library: folio 3 recto.
Note al testo ---
[1] Cfr. Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, Libro I, paragrafo 85, BUR Rizzoli, Milano, 2004, pp. 367-369.
[2] Cfr. Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Borighieri, Torino, 2001, pp. 89-91.
[3] Cfr. Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Miano, 1985, nota 8 a p. 269.
[4] Cfr. Antonio Cratey, Perigrafia dell'origine dei nomi imposti alle androne, contrade e piazze di Trieste [...] pubblicata nell'anno 1808 da Antonio Cratey, dalla tipografia di Gasparo Weis, Trieste, p. 256.
→ Il libro si può consultare anche on-line, su Google Libri e nel sito dell'Università degli Studi di Trieste, in estensione .pdf.
martedì 8 novembre 2022
Il Picchio: profeta della quercia.
La parola greca per indicare il picchio è δρυοκολάπτης:
significa 'colui che batte la quercia' (δρυῦς).
I druidi (δρυίδες) erano, letteralmente, i sacerdoti della quercia.
Fin dall'antichità, il picchio era considerato un uccello magico legato all'albero più sacro di tutti: la quercia.
La quercia mantiene le foglie in inverno, ed è capace con il suo ciclo di 'spezzare' la morte invernale.
Apollo e Zeus erano associati al picchio, cioè alla quercia che il picchio colpisce con il Suo becco...
« Ermete è chiamato figlio di Zeus Pico ("picchio") e Aristofane, ne Gli Uccelli [verso 480], accusa Zeus di aver rubato lo scettro del picchio, così come Pan viene ritenuto figlio di Ermete e della ninfa Driope ("picchio") e Fauno, il Pan latino, era figlio di Pico ("picchio") che Circe trasformò in Picchio per aver disprezzato le sue profferte amorose (Ovidio, Metamorfosi XIV 6).
Sulla tomba cretese di Fauno si leggeva l'epitaffio:
"Qui giace il picchio che era anche Zeus." » [1]
Profetizzare era un potere associato, anticamente, al picchio che batteva la quercia.
Il passaggio dal Matriarcato agli dèi patriarcali implica, anche, la cancellazione di alcuni culti arborei...
« Il mito di Apollo che seduce Driope sul monte Eta si ricollega forse alla soppressione di un locale culto della quercia, sostituito da quello di Apollo, dio cui era sacro il pioppo. » [1]
« Fu così che Zeus a Dodona e Ammone nell'Oasi di Siwa soppressero il culto della quercia oracolare sacra a Dia o a Dione, come Geova soppresse il culto dell'acacia oracolare di Ishtar e Apollo si impadronì dei santuari di Delfi e di Argo. » [1]
Il picchio batte l'albero come l'uomo penetra la donna:
Mircea Eliade spiega come il potere profetico del picchio si accompagnasse a quello fecondativo...
« In tutta Europa, lungo il Mediterraneo e in varie zone interne dell'Asia, si attribuivano al picchio speciali poteri sovrannaturali, a causa della sua associazione con il tuono, la pioggia e la fertilità.
Sembra che tale credenza sia sorta in età neolitica, insieme alla diffusione dei primi attrezzi agricoli per dissodare la terra.
[...] Il picchio, in altri termini, possiede una duplice natura, che corrisponde all'ambivalente potere della pioggia:
di fecondare e di distruggere. » [2]
Note alle immagini ---
_Sopra, miniatura tratta dal manoscritto Sloane 3544, visibile parzialmente nel sito della British Library: folio 24r.
_In apertura, miniatura dal Der naturen bloeme (il Fiore della Natura) del poeta olandese Jacob van Maerlant, manoscritto custodito alla Biblioteca Reale d'Olanda (Koninklijke Bibliotheek): KB KA 16, folio 98v.
_La seconda miniatura del post proviene da un manoscritto della British Library, per segnatura Add MS 11283:
folio 19v. Note alle immagini ---
Note al testo ---
[1] Con l'affermazione degli dèi patriarcali, cambiano anche gli alberi cultuati: Graves scrive...
« Il mito di Apollo che seduce Driope sul monte Eta si ricollega forse alla soppressione di un locale culto della quercia, sostituito da quello di Apollo, dio cui era sacro il pioppo. » [1]
Cfr. Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Milano, 1985, nota 7 a p. 70, nota 1 a p. 162 e nota 2 a p. 173.
[2] Cfr. Peter C. Chemery in Dizionario del mito, a cura di Mircea Eliade, Jaca Book, Milano, 2018, pp. 169-170.
martedì 1 novembre 2022
Artù e sant'Orso: i due devoti di Artio, la dea celtica degli Orsi.
Una statuetta antica ci mostra Artio, la dea celtica degli Orsi, seduta davanti al Suo 'animale di potere'...
« La città di Berna, fondata nel 1191 dalla famiglia degli Zähringen per celebrare una fortunata caccia all'orso, è contigua alla località di Muri, dove nel 1832 venne rinvenuta una statuetta votiva consacrata alla dea Artio [vedi sopra ↑],
rappresentata seduta, rivolta verso un grosso orso che sembra sceso da un albero. » [1]
La Dèa Artio diede il nome ad Artù:
re Artù era, probabilmente, un devoto della dèa celtica, prima che l'evangelizzazione lo rendesse un 'paladino' della fede cristiana...
« Si tratta di un antico nome dell'orso.
In Bretone medio e moderno l'orso si chiama artos e in gallese arth.
Lo stesso termine celtico si ricollega alla radice indoeuropea *rktos.
In realtà, esiste nella mitologia celtica una dea Artio il cui nome ricorda direttamente quello dell'orso. » [2]
I predicatori cristiani, non potendo estirpare il culto dell'Orso, lo 'santificarono' ad Aosta affiancandolo al Padre della Chiesa:
nacque così la chiesa dei Santi Pietro ed Orso...
« Si tentò anche di avvicinare all'orso sacro la sbiadita figura di san Pietro - la chiesa è dedicata ai santi Pietro ed Orso- associando l'imponente belva al capo della chiesa romana, ma il nome dell'apostolo non riuscì mai a sostituirsi al dio del bosco. » [3]
L'orso era così temuto che il Suo nome indoeuropeo divenne tabù, e scomparve:
esorcizzato come una terribile divinità da esorcizzare...
« Le tribù primitive disponevano di tutta una serie di finzioni rituali atte a invalidare l'offesa arrecata a un animale, a cancellare la colpa:
tabuizzata era l'uccisione dell'orso
[...] È sintomatico che il termine indoeuropeo per "orso"
(latino ursus) sia scomparso nelle lingue del Nord e dell'Est dell'Europa.
Non dobbiamo dimenticare che nell'Asia settentrionale e in Europa l'orso è stato il più forte e il più minaccioso degli animali, quello che ha arrecato i danni più notevoli al bestiame domestico. » [4]
◉ Sul culto delle Orse nel mondo antico, vedi:
La danza delle Orse di Artemide: un rito violento.
◉ Post sulla Madonna dell'Orso nell'isola di Creta, indizio del culto di Artemide:
L'Orsa Maggiore e la Madonna dell'orso:
il mito sciamanico della Signora degli Animali.
Note alle immagini ---
_La miniatura sopra è tratta dal manoscritto Harley 4751, visibile integralmente nel sito della British Library: folio 15 verso.
_La seconda miniatura del post è tratta dal Bestiario di Aberdeen, dall'Università della città: folio 15 recto.
_In apertura, statuetta votiva della dea Artio, seduta davanti ad un Orso:
è una delle statuette rinvenute a Muri, e conservate al Museo Storico di Berna (Svizzera).
Note al testo ---
[1] Cfr. Yves Bonnefoy, Dizionario delle mitologie e delle religioni, Volume Terzo: Le divinità..., Bur Rizzoli, Milano, 1989, p. 1572.
[2] Cfr. Philippe Walter, Artu, l'orso e il re, traduzione dal francese di Milvia Faccia, Arkeios, Roma, 2005, pp. 74-75.
→ Analogo il termine greco per orso: ἄρκτος.
[3] Cfr. Carlo Matti, Bestiario del cielo. Il significato segreto delle costellazioni, Ca' del Monte, 2021, p. 28.
[4] Cfr. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo. Santi, dèmoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 2000, pp. 106, 108-109.
→ Dare ad un neonato il nome di un animale serviva, nel mondo primitivo, ad assicurargli la stessa forza della belva...
« Presso vari popoli della Russia si davano ai bambini nomi "canini" o nomi "brutti", nomi di animali, e con ciò il bambino riceveva dall'animale, portatore di quel nome, tutte le sue doti, la vitalità, la salute ».
giovedì 20 ottobre 2022
« An-ghin-gò / Tre galline e tre capò ». I poteri del numero TRE in una filastrocca.
In un manoscritto del Roman de Renart una miniatura ci mostra dei diavoletti che recitano delle preghiere:
al centro, sull'altare, è un candelabro a tre braccia.
Il numero TRE è centrale nelle operazioni magiche.
Le filastrocche per bambini lo hanno conservato:
la memoria magica si è 'fossilizzata' nei giochi infantili.
« È noto che i giochi dei fanciulli in genere sono delle sopravvivenze.
Le cantilene di parole senza senso onde i ragazzi accompagnano certi loro giochi sono sovente l'ultimo residuo di antiche formule d'incantesimo o di magia. » [1]
« Anghingò
Tre galline e tre capò
Per andare alla cappella
C'era una ragazza bella
Che suonava il ventitré
Uno due tre. »
La filastrocca An-ghin-gò è proprio uno di questi incanti:
costruito sul numero TRE.
Il linguista Vermondo Brugnatelli, in un articolo visibile on-line [2], risaliva al possibile significato della formula An-ghin-gò:
un'analoga formula latina -HANC HINC HUC- che si riferisce ad una conta infantile...
« Di passaggio osservo che probabilmente sulla base del latino sarebbe possibile investigare altre filastrocche (o segmenti di filastrocche) che oggi appaiono formate da suoni privi di senso. Per esempio, un'altra filastrocca che comincia con an ghin gon
[...] *HANC HINC HUC "questa (mano?) da qui a qua..." sarebbe molto appropriata per la gestualità della conta. »
Il numero TRE serviva, magicamente, ad innescare l'incanto celato nella filastrocca.
Andrea Romanazzi, ne La stregoneria in Italia, ci fornisce sull'uso del TRE diversi rituali popolari: uno è contenuto ne Il Candelaio [1582] di Giordano Bruno...
« con la destra mano lo gitterete sul fuoco e direte tre volte al dì:
"Aurum thus"
[...] ospiterete tre volte con gli occhi chiusi e poi a poco a poco svoltando verso il caldo del fuoco la presente immagine [...]
La farete tornare al medesimo lato tre volte insieme tre volte dicendo: "Zalarath, Zalaphar"... » [3]
→ "Capò" è una volgarizzazione dal latino capo-onis:
si riferisce ai "tre capponi" da portare alla cappella.
Sul pericolo di augurare fortuna, vedi:
Magia al rovescio. Maledizioni che portano fortuna.
◉ Post sulla filastrocca 'stregonesca' Ambarabaciccìcoccò ---
Il maleficio delle Tre Civette.
➔ Post sulla pratica apotropaica della conta ---
Ripeti TRE volte: poteri dello Scongiuro.
La magia della conta: come annullare le streghe.
M'ama / non m'ama: una divinazione d'amore fatta con i fiori.
Note alle immagini ---
_La miniatura sopra è tratta dal manoscritto 1094 della Bibliothèque Municipale di Avignone: l'immagine si trova, digitalizzata, nel sito francese della Biblioteca Virtuale dei Manoscritti Medievali (BVMM).
_Le prime due miniature del post sono tratte dal Roman de Renart, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Francia (Bnf) :
folii 47 recto e 61 recto.
Note al testo ---
[1] Cfr. Raffaele Pettazzoni, Il rombo in I Misteri: saggio di una teoria storico-religiosa, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1924,
p. 17.
[2] L'articolo citato è, integralmente, consultabile on-line nel sito del linguista Vermondo Brugnatelli.
Un altro linguista, Gian Luigi Beccaria, spiega una dinamica linguistica che è, anche, antropologica:
« Il mito nasce, si trasforma, perde il suo significato sacrale, e prima di morire lascia qualche impronta indelebile che perdura nella vita familiare e quotidiana.
L'antico immaginario magico-religioso è in qualche modo sopravvissuto a livello infantile, nei giochi. »
Cfr. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 2000, p. 154.
[3] Cfr. Andrea Romanazzi, La stregoneria in Italia: scongiuri, amuleti e riti della tradizione, Venexia, Roma, 2007, p. 68.
al centro, sull'altare, è un candelabro a tre braccia.
Il numero TRE è centrale nelle operazioni magiche.
Le filastrocche per bambini lo hanno conservato:
la memoria magica si è 'fossilizzata' nei giochi infantili.
« È noto che i giochi dei fanciulli in genere sono delle sopravvivenze.
Le cantilene di parole senza senso onde i ragazzi accompagnano certi loro giochi sono sovente l'ultimo residuo di antiche formule d'incantesimo o di magia. » [1]
Tre galline e tre capò
Per andare alla cappella
C'era una ragazza bella
Che suonava il ventitré
Uno due tre. »
costruito sul numero TRE.
Il linguista Vermondo Brugnatelli, in un articolo visibile on-line [2], risaliva al possibile significato della formula An-ghin-gò:
un'analoga formula latina -HANC HINC HUC- che si riferisce ad una conta infantile...
« Di passaggio osservo che probabilmente sulla base del latino sarebbe possibile investigare altre filastrocche (o segmenti di filastrocche) che oggi appaiono formate da suoni privi di senso. Per esempio, un'altra filastrocca che comincia con an ghin gon
[...] *HANC HINC HUC "questa (mano?) da qui a qua..." sarebbe molto appropriata per la gestualità della conta. »
Il numero TRE serviva, magicamente, ad innescare l'incanto celato nella filastrocca.
Andrea Romanazzi, ne La stregoneria in Italia, ci fornisce sull'uso del TRE diversi rituali popolari: uno è contenuto ne Il Candelaio [1582] di Giordano Bruno...
« con la destra mano lo gitterete sul fuoco e direte tre volte al dì:
"Aurum thus"
[...] ospiterete tre volte con gli occhi chiusi e poi a poco a poco svoltando verso il caldo del fuoco la presente immagine [...]
La farete tornare al medesimo lato tre volte insieme tre volte dicendo: "Zalarath, Zalaphar"... » [3]
→ "Capò" è una volgarizzazione dal latino capo-onis:
si riferisce ai "tre capponi" da portare alla cappella.
Sul pericolo di augurare fortuna, vedi:
Magia al rovescio. Maledizioni che portano fortuna.
◉ Post sulla filastrocca 'stregonesca' Ambarabaciccìcoccò ---
Il maleficio delle Tre Civette.
➔ Post sulla pratica apotropaica della conta ---
Ripeti TRE volte: poteri dello Scongiuro.
La magia della conta: come annullare le streghe.
M'ama / non m'ama: una divinazione d'amore fatta con i fiori.
Note alle immagini ---
_La miniatura sopra è tratta dal manoscritto 1094 della Bibliothèque Municipale di Avignone: l'immagine si trova, digitalizzata, nel sito francese della Biblioteca Virtuale dei Manoscritti Medievali (BVMM).
_Le prime due miniature del post sono tratte dal Roman de Renart, manoscritto della Biblioteca Nazionale di Francia (Bnf) :
folii 47 recto e 61 recto.
Note al testo ---
[1] Cfr. Raffaele Pettazzoni, Il rombo in I Misteri: saggio di una teoria storico-religiosa, Nicola Zanichelli Editore, Bologna, 1924,
p. 17.
[2] L'articolo citato è, integralmente, consultabile on-line nel sito del linguista Vermondo Brugnatelli.
Un altro linguista, Gian Luigi Beccaria, spiega una dinamica linguistica che è, anche, antropologica:
« Il mito nasce, si trasforma, perde il suo significato sacrale, e prima di morire lascia qualche impronta indelebile che perdura nella vita familiare e quotidiana.
L'antico immaginario magico-religioso è in qualche modo sopravvissuto a livello infantile, nei giochi. »
Cfr. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 2000, p. 154.
[3] Cfr. Andrea Romanazzi, La stregoneria in Italia: scongiuri, amuleti e riti della tradizione, Venexia, Roma, 2007, p. 68.
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