martedì 12 ottobre 2021

La strega e gli Astri. L'origine delle filastrocche...

Nella lingua parlata, e specie nel dialetto, c'è un filo semantico che ci consente di ricostruire il significato antico delle parole.

Da cosa deriva la parola strega?

Nei Frammenti di lingua perugina [1], Sandro Allegrini ci spiega come la Strega fosse colei che, in origine, leggeva gli Astri.

Per aferesi, un fenomeno fonetico abbastanza comune, la A all'inizio della parola cadeva.
E così la nostra Astrologa diventava, con inversione dei due gruppi consonantici, una Strogula...

« STRÒGU(E)LA = Astrologa / indovina / fattucchiera
STRÒLL(E)CA = Indovina nomade
STRÒLL(E)CHE = 1. Andara in giro elemosinando; 2. Fare sortilegi »

Cosa c'entra il filo?

Nel lessico dialettale, si trova sedimentato il sapere magico popolare.

Filare fu la più antica attività femminile intorno al focolare:
l'espressione « Ai tempi che Berta filava » si riferisce proprio a un'attività arcaica: il primo lavoro delle donne.

nascevano i racconti del focolare: le stroccole.

Delle storielle fantastiche [2] narrate davanti all'arcolaio:
a queste filastroccole si riferisce, nel Cinquecento, lo scrittore Matteo Bandello nelle sue Novelle...

« ...a me pare egli che tutte siano baje e filastroccole da narrar la sera al fuoco [...]

Oh oh , disse il marchese, io dico bene che queste sono delle tue filastroccole e baie che non vagliono nulla.
Dimmi, ove hai tu apparato l'astrologia? »


Le filastroccole furono la prima forma, magica, di conoscenza appresa dai bambini mentre le donne filavano.


Un post nel blog sulle maledizioni del filare ---

Il maleficio degli arcolai: le antiche superstizioni sul filare nel racconto della Bella Addormentata.


Nota alle immagini ---

Le miniature al margine dei folii con la scimmietta, intenta a filare sull'arcolaio o che stringe una conocchia, sono tratte dal prezioso manoscritto Stowe MS 17.

Il documento è visibile integralmente nel sito della British Library.
Le pagine sono: 5r, 30v, 92r, 216r, 242v.


Note al testo ---

[1] Cfr. Lemmario dei termini perugini in
Sandro Allegrini, Nuovi frammenti di lingua perugina:
(Quasi) un dizionario da leggere
, Morlacchi Editore, Perugia, 2009, p. 324.

[2] Il linguista toscano Mario Alinei osservava:
« La prima parte della parola deriva da fila, cioè 'sequenza', 'serie concatenata', collegabile al plurale del latino filum (come in italiano le fila), la seconda continua il greco-latino historicus, 'abile nel racconto', 'bene informato', 'istruttivo'. »

Cfr. Alinei-Benozzo, DESLI -Dizionario Etimologico Semantico della Lingua Italiana. Come nascono le parole, Edizioni Pendragon, Bologna 2015, p. 96.

giovedì 16 settembre 2021

L'astrolabio e i maghi che leggono il Cielo.

Un manoscritto del Decretum Gratiani ci mostra un prete mago trovato in possesso di un oggetto proibito dalla Chiesa.

Condotto dal giudice, stringe nella mano il corpo del reato:
è un astrolabio.

L'osservazione dei pianeti a scopo divinatorio era molto radicata, ancora nel MedioEvo [1].

L'astrologia era una pratica popolare: la Chiesa cercava di combattere con ogni mezzo chi traeva auspici dal moto degli astri.

Le Decretali di Graziano contengono molte miniature che illustrano questa credenza superstiziosa.
È​ la causa XXVI: contro i reati di magia.

Eccone un'altra, dalla Biblioteca Apostolica Vaticana:
un frate è intento a guardare all'insù, in modo sospetto.
Il frate, con la tipica tonsura monastica, sta sfogliando un libro di Magia (a destra) per interpretare il responso del cielo...

A sinistra, le voci del prete astrologo giungono fino al Vescovo che infliggerà la punizione.

Come esponenti del basso clero, i frati erano i più 'sensibili' alla superstizione popolare.
Le punizioni contro i trasgressori erano frequenti, e le miniature nel Decretum Gratiani ci attestano una certa frequenza nell'uso di quel complicato arnese: l'Astrolabio.

Un'altra miniatura del Decretum, ancora più bella ed elaborata...
Entro un loggiato gotico, si consuma il reato.

Nella nicchia centrale, il frate astrologo con in mano l'astrolabio dispensa predizioni a due devoti.
Nella nicchia di destra, lo stesso frate benedice un malato.

Nella nicchia di sinistra, la storia si chiude:
il frate è trascinato davanti al vescovo.

Due uomini lo stringono, indicando l'indizio di colpevolezza:
è il nostro caro astrolabio!


Nota al testo ---

[1] Lo storico americano Richard Kieckhefer spiega bene quanto l'astrologia, demonizzata nel mondo clericale, fosse addirittura di moda tra i laici.
Associata perfino alla pratica della Medicina nelle Università!

« L'astrologia aveva interesse per la medicina.
Un chirurgo o un barbiere-chirurgo doveva conoscere quali segni zodiacali presiedessero alle varie parti del corpo, perché era pericoloso operare o salassare un paziente quando dominava una costellazione avversa.

La conoscenza di queste cose era necessaria anche ai medici, e per questa ragione l'astrologia veniva studiata forse in modo più sistematico nelle scuole di medicina che in altre branche delle università medievali.

Nell'università di Bologna, illustre per i suoi studi medici, c'era un professore che insegnava ai futuri dottori a valutare l'influsso degli astri sul corpo umano
. »

Cfr. Kieckhefer, La magia nel Medioevo, Editori Laterza, Bari, 2004, p. 157.


Nota alle immagini ---

•Le miniature citate sono contenute in manoscritti del Decretum Gratiani, scansionati e visibili ad alta risoluzione, nel sito della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Le segnature dei manoscritti sono:
Vat. lat. 1371, folio 224 recto.
Urb. lat. 161, folio 257 verso.
Arch. Cap. S.Pietro A.25, folio 236 verso.
Arch. Cap. S.Pietro A.24, folio 251 recto.

lunedì 6 settembre 2021

La Santa con il Terzo Occhio. Il culto della Luce in una pittura medievale.

Nella chiesa di san Silvestro a Bevagna c'è una pittura curiosa, sotto l'altare: lungo il corridoio che scende alla Cripta.

L'affresco è deteriorato, ma ancora leggibile.
Vi figura una Santa.
Sulla fronte, la donna ha dipinto un Occhio.

L'ex-voto risale ai primi anni del Trecento [1], ed è l'unica pittura medievale in cui abbia mai visto un Terzo Occhio.

Le iniziali sono appena decifrabili, nel registro sottostante:
si distinguono, subito all'inizio, una S e una L.

Chi è la Santa che ci osserva?

La risposta possiamo provare a darla studiando lo strano Occhio fiammeggiante dipinto sulla Sua fronte.

Robert Graves, ne I miti greci, ci offre un indizio:
secondo Graves, i fabbri antichi si tatuavano un cerchio sulla fronte in onore del Sole.
Quel cerchio si trasformò, nel filtro mitico, in un Occhio...

« I Ciclopi, pare, furono i membri di un'associazione di fabbri durante la civiltà elladica primitiva.

Ciclope significa "dall'occhio rotondo" e probabilmente essi avevano tatuati sulla fronte dei cerchi concentrici in onore del sole, fonte del fuoco che alimentava le loro fornaci. » [2]

L'Occhio del Sole Aton divenne l'Occhio di Giove;
e poi quello del Dio cristiano.

Nel rosone del duomo di Orvieto [1470 circa], la testa dell'Eterno illumina come un Sole i fedeli...

La pittura di Bevagna, e l'Occhio sulla fronte della Santa, ci offrono un indizio in più:
in origine, la Luce era un attributo femminile.

La donna sola ha la facoltà di dare alla luce:
prima della rivoluzione patriarcale, che affermò il potere solare di Apollo, era la Dea a regnare sulla luce.

Si capisce tutto studiando la Trinacria:
l'antico emblema del Sole, simbolo della Sicilia.

La Trinacria, infatti, è un Sole donna:
testa di Gorgone, e tre gambe rotanti: in direzione est-ovest.

Il Sole sorge ad Oriente e tramonta ad Occidente:
così le gambe della Gorgone si muovono da destra verso sinistra.

Ad esempio, in questa bella xilografia di fine Ottocento...

Chi è la Santa del nostro ex-voto?

Il sincretismo cristiano restituì alla Dea il dominio sulla Luce.

In Sicilia, il binomio luce-femminino era così forte da restare radicato nel culto di una Santa locale che, per tutto il MedioEvo, ebbe molta fortuna: Santa Lucia.

« Lucius, Lucilius, Lucifer, Lucilla, sono tutti nomi simili che alludono alla luce e alla vista.

Gli occhi si dicon luci dai latini e dagli scrittori italiani, come all'opposto occhi del mondo si dissero il sole e la luna, perché ci recan la luce
. » [3]

« Pare che l'accostamento sulla base dell'accento del nome in greco di Lucia con il termine latino lux
[...] sia di matrice paretimologica in quanto simile a quello in latino di lucerna, derivato dal termine in greco lùchos
. » [4]

In una pala di Bicci di Lorenzo [fine '300] da villa La Pietra, vicino Firenze, Lucia è raffigurata in trono:
con una lampada
nella mano destra.

Sulla lucerna che reca in mano si notano due piccoli occhi:
da lì scaturisce una fiamma...


È Lucia la Santa che stiamo cercando?

Possibile che un affrescatore umbro di periferia abbia ripreso l'antico simbolo solare del Terzo Occhio?

Per approfondire il tema, rimando ad un libricino...

Note alle immagini ---

_L'archeologo inglese Arthur Bernard Cook in Zeus: a study in ancient religion [Cambridge, 1914: Archive.org] notava come alcuni templi greci nel frontone avessero un cerchio,
a significare probabilmente l'Occhio divino:
un antenato del Rosone gotico?



_ Il rosone del duomo di Orvieto è, tradizionalmente, attribuito ad Andrea di Cione, detto l’Orcagna.
Cfr. L’Italia. L’Umbria, Touring Editore, Milano, 2004, p. 592.

_La xilografia con la Trinacria è opera di Giuseppe Barberis [1890]: vedi su Flickr.com.

_Sulla chiesa di San Silvestro a Bevagna, vedi anche la relativa pagina nel sito de I luoghi del silenzio.

_Sull'Occhio di Bevagna, è interessante notare come le ciglia in cui la pupilla è inscritta siano di colore rosso bruciato:
questa nota cromatica ne rafforza il simbolismo solare.


Note al testo ---

[1] Giovanna Mencarelli le indica come « due sante » generiche.

Cfr. Mencarelli, Le Chiese di San Michele e San Silvestro di Bevagna, Edizioni dell'Ente Rocca di Spoleto, Spoleto, 1980, p. 21.

[2] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi, Milano 1983, nota 2 a p. 26.

[3] Cfr. Francesco Zanotto, Vita di Santa Lucia, Vergine e Martire, Venezia, 1861, p. 13.
Il testo è consultabile anche su Google Libri.

[4] Cfr. Maria Stelladoro, Lucia, la martire, Editoriale Jaca Book, Milano 2010, p. 107.

martedì 17 agosto 2021

Il drago a difesa della Madre: la falsificazione di un mito pagano.



Sotto una falce di luna, nell'oscurità della notte, san Giorgio infilza il drago che tiene prigioniera la principessa.

Ma la dama è davvero prigioniera del drago?

Jacques Le Goff, in Tempo della Chiesa e tempo del mercante, con qualche indizio in più ci spinge a dubitarne:

« All'inizio era il loro ruolo positivo ad avere la meglio:
i draghi erano creature innanzitutto benefiche, personificazioni e simboli di dèi della fecondità e di eroi o di re civilizzatori;
così il drago che incarna Tiamat, una delle forme della Grande Madre, e il drago marino legato alla nascita di Afrodite, essa stessa una delle forme della Grande Madre
. » [1]

La Madre era Nutrice del drago, non sua vittima!
Per ciò, le donne si recavano in processione a sfamarli...

« Presso i romani le ragazze andavano, in primavera, a deporre dolci nelle grotte in cui abitavano i serpenti (draghi) di Giunone di Lanuvium, dea agreste, da cui si attendevano buoni raccolti. » [1]

Nutrire i rettili era una prerogativa della Dea.
I predicatori cristiani rovesciarono il ruolo della Madre antica:
da Nutrice del drago a Sua prigioniera.
Il paredro da Lei allevato divenne, così, un mostro da uccidere.
Uccidere la 'bestia' significava convertire una città intera:
lo spiega bene Ludovico Iacobilli narrando l'evangelizzazione di Città di Castello, fatta nel Tardo Impero da san Crescenziano [sopra] abbattendo un temibile drago...

« Gli fu rivelato dal Signore, che al Popolo era stata mandata questa crudel Peste di quel fiero Dragone:
perché ingannato dalle fraudi dell'antico, e diabolico serpente, non cessava adorar i vani e bugiardi Dei

[...] Onde S. Crescenziano per tale conversione pieno di fiducia in Dio, armatosi con il salutifero legno della Santa Croce montò nel suo destriero, e dato di mano alla lancia, intrepidamente, presidiato all'aiuto divino, andò verso il Dragone e, assestandogli una lanciata, lo colpì e l'occise
. » [2]

E per non essere troppo vago, Iacobilli individuava perfino il teatro del combattimento fantastico:
si tratta di un tempio mariano [!].
È l'ex chiesa di Santa Maria della Carità, nel quartiere -oggi cittadino- di Rignaldello...

« Si tiene che il Santo uccidesse il dragone in quel luogo appresso il Tevere ov'è una Chiesa di commenda de' Cavalieri di Malta, e si chiama il luogo Regnaldello, distante un tiro d'archibugio dalla Città di Castello. » [2]



L'uccisione del 'drago' alla Pieve de Saddi ---

Il combattimento vittorioso di san Crescenziano [o Crescentino] è anche scolpito in un tabernacolo alla Pieve de' Saddi [sotto].
Vedi: Il sentiero francescano e I luoghi del Silenzio.

« Nella chiesa vi è un bassorilievo che ricordava l'uccisione del drago e una costola di animale fossilizzata ritrovata nei dintorni si riteneva appartenuta al mostro. »

Cfr. Graziano Vinti, I racconti del focolare: viaggio nella magia contadina, Ali&no, Perugia, 2012, p. 61.

Note alle immagini ---

_Il dipinto di Paolo Uccello con San Giorgio che abbatte il drago, in apertura, è custodito alla National Gallery di Londra.
Una pagina è dedicata all'Opera su Wikipedia.

_Nella terza foto del post, un animaletto viene artigliato da un rapace (o è un drago?).
Bassorilievo murato nella navata dell'Abbazia dei Santi Maria ed Egidio a Petroia, nel tifernate.
Vedi la pagina dedicata nel sito de I luoghi del silenzio.


Post correllati ---

Sull'associazione tra culto della Madonna e rettili, vedi:
Il serpente paredro della Dea Madre: i capitelli della chiesa di San Filippo Neri a Perugia.

Il Cristianesimo ammise nel suo pantheon, trasliterandolo, anche il culto della nutrice dei rettili.
Verdiana da Castelfiorentino assunse la funzione antica della dea romana Igea, nutrendo i sepenti che strisciavano nella Sua cella di penitenza.
In proposito, vedi il post:
Serpenti Sacri: la Nutrice. Dalla dea Minoica a santa Verdiana.
Qui sopra: Bartolo di Fredi, ex-voto con Santa Verdiana
(Verdiana si riconosce dai serpenti, Suo attributo).
San Gimignano, Chiesa di sant'Agostino, 1365 ca.

Note al testo ---

[1] Cfr. Jacques LeGoff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977, pp. 227, 242-243.

[2] Cfr. Vita di S. Crescentiano, martire protettore della Città di Castello, detta già Tiferno in
Ludovico Iacobilli, Vite de' santi e beati dell'Umbria, in Foligno, 1647, p. 585.

giovedì 22 luglio 2021

Il demone col berretto Rosso: il dio del fuoco e Cappuccetto Rosso.

Andreina Ciceri, nel 1969, descriveva un demone dal cappuccio rosso che imperversava nei racconti popolari friulani...

« In Friuli suole apparire sul far della notte, poco dopo l'Ave Maria: è piccolissimo e porta in testa un berretto rosso; forma lo spauracchio specialmente dei fanciulli. »

« L'informatrice Santa Micottis aveva undici anni quando, andando con una coetanea verso il monte, sentì fischiare dietro una casera:
era lo scarific', tutto rosso, alto circa 50 centimetri
. » [1]

Per scacciare l' «Omenùt» si teneva acceso un braciere durante la notte [1].
Il demone era, forse, una sopravvivenza del dio celtico del fuoco Beleno, che si adorava nel Friuli antico.

« [...] sappiamo però che il più grande dei loro Dei, il Dio protettore particolare della regione Friulana, si chiamava Beleno, ed era il dio del sole e della guerra, il dio dell'arte e della vita.

Dopo l'occupazione romana, Egli fu identificato con Apollo:
aveva spesso il soprannome di Carnio ed in suo onore si celebravano delle feste, in cui si accendevano dei grandi fuochi:
secondo alcuni l'usanza di accendere i fuochi la sera dell'Epifania sarebbe un reso del culto di Beleno
. » [2]
L'ostilità dei predicatori cristiani verso il mondo pagano attribuì un'aura torbida ai suoi simboli.

Il cappuccio rosso divenne un segno del proibito nella cultura medievale: specie in alcune aree del Nord-Est, dove le prostitute dovevano portarne uno per farsi riconoscere...

« Per significare l'infamia, oltre al giallo furono scelti anche altri colori:
a Padova e a Treviso le leggi quattrocentesche ingiunsero a 'meretrices et riffianae' di posare sul capo 'unum capucium coloris rubei' ovvero un cappuccio rosso
». [3]

Avere il cappuccio rosso era, per la donna, un indizio di quel mestiere infamante:
guai se le prostitute non avessero portato un cappuccio rosso!

« [...] nelle Provisiones ducales civitatis Tarvisii, Venetiis, 1768, si legge:
Nec liceat meretricibus publicis ire per civitate sine caputiis rubeis in capitibus
». [4]

Possibile che dietro al racconto di Cappuccetto Rosso, e del Lupo che voleva mangiarla, ci sia una storia di prostituzione minorile?

Post sul culto del Lupo in un luogo francescano ---

Il culto pagano del Lupo si ritrova nella chiesa di san Francesco della Pace a Gubbio.
Qui si vede perfino il 'sepolcro' del Lupo che ammansì il Santo:

Da san Francesco a Cappuccetto Rosso:
il culto apotropaico del Lupo
.


Note alle immagini ---

•L'immagine in apertura è un Giullare che ride dipinto da Anonimo. Olio su tavola dal Museo Nazionale di Stoccolma, 1540.

•La seconda immagine è un olio di pittore olandese del '500, custodito in Massachusetts (U.S.A.):
ho tratto l'immagine da una pagina di Wikipedia.
Da notare, in tutte le immagini, la « marotte »:
lo scettro in legno dei giullari, con testa buffa scolpita.

Ho scelto immagini di giullari per illustrare il post perché i pittori attribuivano ai folli i due colori diabolici del meretricio:
il rosso e il giallo
.

•L'illustrazione in chiusura, che mostra Cappuccetto Rosso e il lupo, è della pittrice Jessie Willcox Smith (1911).
Ho tratto anche questa immagine da Wikipedia.


Note al testo ---

[1] Cfr. Andreina Ciceri, In margine ad una raccolta di narrativa popolare in Studi di letteratura popolare friulana, Società filologica friulana, Udine, 1969, pp. 95-96.

« Talvolta la gente accendeva un fuoco vicino alla porta e lasciava le bragi, così lo scarific', quando veniva di notte, si scottava i piedi. »

[2] Cfr. Pietro Zampa, I santi del Friuli, Pradamano, 1930, pp. 7-8.

[3] Cfr. Elisabetta Grignera, I Soperchi ornamenti. Copricapi e acconciature femminili nell'Italia del Quattrocento, Protagon Editori, Siena, 2010, pp. 286, 288.

[4] « [...] quanto ai colori Misson, visitando Venezia nel 1688, ricorda che dame e borghesi vestivano tutte di nero, mentre "abiti di colori sgargianti, gialli e rossi come tulipani, contraddistinguevano le donne di facili costumi". »

Cfr. Doretta Davanzo Poli, Le cortigiane e la moda in
Il gioco dell'amore. Le cortigiane di Venezia dal Trecento al Settecento, Casinò Municipale Ca' Vendramin Calergi,
Venezia, 2 febbraio-16 aprile 1990, pp. 102-103.


---

• Ringrazio la scrittrice goriziana Nataša Cvijanović per avermi fornito indicazioni sullo Scarific':
il demone dal berretto rosso che popola i racconti della sua Terra.

martedì 15 giugno 2021

La santa gattara: il corteo della dea Freya e i cacciatori di topi.


I Santi nell'Europa medievale servivano, soprattutto, a risolvere problemi di ordine pratico.

Ce ne accorgiamo guardando le miniature del Libro di Kells, in Irlanda, percorse da un intruso fastidioso: il topo!

Per combattere i topi ci si rivolgeva ai gatti, e alla Santa loro protettrice: Gertrude di Nivelles.

Sembra che a Colonia, in Germania, Gertrude fosse molto venerata per i suoi poteri 'derattizzanti'...

« In ogni caso venne invocata contro la peste, portata appunto da ratti e topi, anche nel 1822, quando topi d'oro e d'argento furono offerti al suo sepolcro di Colonia. » [1]

In una vetrata della chiesa gotica belga di Nostra Signora a Tongeren, dei topi si arrampicano sulla Pastorale:
a ribadire i 'poteri' della Santa!

Pare che in Irlanda si fossero inventati un lascito leggendario per giustificare il Suo culto!

« la generosa beneficenza che fece ai monaci irlandesi (come Foillan, fratello di Fursey, che aveva fondato un monastero a Fosses, su terre donategli appunto da Gertrude). » [1]

Dietro una devozione così forte c'era, forse, un culto pagano?

Gli antichi Germani credevano che la loro dea Freya volasse su un carro trainato da gatti.

« [...] la dea Freya dei Germani settentrionali veniva raffigurata su di un carro trainato da gatti. » [2]

I Romani associarono Freya alla dea latina a cui i gatti erano sacri: Diana.

In Minima mediaevalia, Franco Cardini spiegava come le donne-gatto 'cacciatrici' si fossero saldate all'idea del volo notturno, già nella cultura medievale...

« Burcardo di Worms [...] l'attribuisce al culto di una dea che egli, scrivendo in latino, chiama Diana, ma che è probabilmente la dea germanica Freya.

[...] Ciò detto, resta molto interessante il metodo di Burcardo:
da autentico antropologo, ha messo in moto un delicato processo di acculturazione traducendo Freya con Diana;
[...] due figure mitologiche entrambe femminili, virginali, notturne e cacciatrici
. » [3]

Ne derivò la demonizzazione del gatto:
nella cultura alta religiosa, divenne l'animale diabolico prediletto dalle streghe.

Tutto il contrario nella cultura bassa: popolare.
Guai a non prestare attenzione ad un gatto!
Il gatto doveva compiere un lavoro igienico importante:
cacciare i topi
.

In un libricino sui detti popolari marchigiani, ho rintracciato dei moniti molto severi contro chi dimentica l'importanza dei gatti...

« Guai alla donna incinta mangiare qualche cosa tolta ad un gatto: il nascituro sarà un ladro. »

« Al cane si può dare il pane e se ne avrà restituzione in maggior copia da Gesù;
ma guai a darlo ad un gatto, è convinzione popolare che Gesù non lo restituirebbe, giacché il gatto si deve procacciare da vivere mangiando topi
. » [3]



Note alle immagini ---

_Le miniature con i gatti, che difendono l'ostia consacrata dai topi famelici (prima e quinta immagine nel post), provengono dall'Evangeliario di Kells che si può consultare nel sito del Trinity College Dublin: Ms 58, folii 34 recto e 48 recto.

_L'illustrazione con la dea germanica Freya su un carro trainato da gatti, è tratta dal Manual of mythology di Alexander Stuart Murray, London 1874.
L'Opera si può integralmente consultare nel sito americano Archive.org.

_La miniatura alla fine del post è dalla British Library,
Stowe ms 17 (Libro d'Ore di Maastricht): folio 75v.


Note al testo ---

[1] Cfr. David Hugh Farmer, Dizionario Oxford dei santi, Muzzio, Padova 1989, p. 197.

[2] Cfr. Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano, 1991, p. 215.

Anche Lecouteux: « Freja si sposta su un carro trainato da gatti. » Cfr. Claude Lecouteux, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2002, p. 95.

[3] Cfr. Giovanni Ginobili, Bricciche di superstizioni e pregiudizi popolari marchigiani, Tipografia S. Giuseppe, Macerata, 1959,
pp. 20 e 30-31.

domenica 23 maggio 2021

Uccelli maledetti: il culto clandestino della Natura nel Medioevo.

Parlare agli uccelli era proibito dai Vescovi, nel MedioEvo.

Eppure san Francesco non si faceva problemi a farlo:
era immune alle punizioni inflitte dalla Chiesa.

Un dipinto gotico di pochi anni dopo la Sua morte, dal Museo Civico di Pistoia, ne mostra una predica.

Francesco esibisce ciò che tutti si sono raccolti a vedere:
le stimmate sul palmo della mano destra [1], e due uccelli dipinti sul pulpito cne indica con la mano sinistra.

Gli uccelli sono un elemento peculiare della predicazione francescana. Perché?

Per spiegarlo, vi faccio arrivare fino a Perugia.

Francesco era figlio di un ricco mercante, Pietro di Bernardone, ed era abituato a misurarsi con la gente del popolo.

A piazza Danti, la storica piazza 'delle erbe', in un palazzo che ha conservato al piano terra l'antica muratura medievale, in un punto insospettabile, si trova il nostro indizio.

Una deliziosa manina, che regge della verza, spunta nell'angolo destro del palazzo!
Indica l'area dove si faceva il mercato...

Quella mano in pietra non è solo un riferimento visivo.

La gente che coltivava i campi garantiva la sopravvivenza stessa delle città: quella mano, per gli abitanti del borgo arroccato, era un punto vitale.

Eppure i contadini rimanevano confinati nell'ombra:
disprezzati per via delle loro antiche superstizioni.
Tanto che, nella cultura medievale, la parola 'contadino' divenne sinonimo di 'pagano': abitante del pagus.
Di conseguenza, colui che credeva alla magia dei pagi.
Di nuovo, Le Goff...

« Resta il fatto che, a partire dal secolo V, i pagani sono, per gli autori cristiani, essenzialmente dei contadini e viceversa. » [2]

Quando Francesco d'Assisi predica agli uccelli, sta in realtà convertendo pagani che credono nei suoi poteri magici, e nella lingua segreta degli Uccelli parlata dagli stregoni.

Le Decretali ecclesiastiche dell'epoca li condannano.
Ecco una miniatura tratta dalla Biblioteca Laurenziana di Firenze: ci mostra un uomo reo di esercizio della Magia.
Beccato: sta parlando ad un uccello!
Nei prodigi di san Francesco con uccelli e lupi non ci sono mai contadini intorno perché, come spiega proprio LeGoff, i contadini nelle Vite dei Santi tendono a sparire:
non hanno importanza, e cadono nell'oblio!

« L'eroe di ogni storia è infatti un santo, non essendo il contadino che un oggetto anonimo del racconto agiografico. » [2]

Che tristezza portare sulle spalle la zappa, e poi finire nel dimenticatoio!





Un approfondimento sugli 'stregoni' che parlavano agli uccelli ---

Gli uccelli si credevano custodi della Volontà divina.
Chi era in grado di comunicare con loro deteneva un potere sacrale: ecco perché il Medioevo era pieno di preti indovini che parlavano ai volatili.
Per punirli, gli uomini di Chiesa rastrellavano le campagne
.

Francesco d'Assisi, 'predicando' agli uccelli, non fu da meno.
◉ Vedi il post:
Lo stregone che fece paura al Papa:
la predica agli Uccelli secondo il monaco Ruggero
.

L'uso di trarre responsi dal volo e dai versi degli uccelli persistette fino al Quattrocento, ed oltre.

Frati come Bernardino da Siena divennero severi censori di questa pratica magica.
E pazienza se san Francesco, secoli prima, aveva tratto il presagio delle stimmate proprio dal volo di un falco!
◉ Vedi il post:
Gli uccelli e l'indovino: prima lo imito, poi lo condanno!


Note alle immagini ---

_ In apertura del post, miniatura da un manoscritto della Bibliothèque Municipale di Amiens: ms. 0355, folio 294.

_ Nel polittico, il dipinto in apertura è il secondo episodio:
in alto, a sinistra.
Citai l'immagine ne Lo stregone di Assisi, il volto negato di san Francesco, Eleusi Edizioni, Perugia 2009, a p. 35.
_ Il dettaglio con la manina in pietra, si trova citato in
Perugia. Guide Electa Umbria, a cura di Massimo Montella,
Electa Editori Umbri Associati, Perugia 1993, p. 103.

« Già piazza delle Erbe o della Paglia durante il Medioevo
("sullo spigolo di via Bartolo e di via del Sole si vede scolpita una manina tenente alcune spighe di grano a significare che in quel luogo, nel Medioevo, si vendevano biade e pane",
Raniero Gigliarelli, 1907)
».

_La miniatura citata dalla Biblioteca Laurenziana, insieme ad altre di soggetto analogo, è riportata da Anthony Melnikas, The corpus of the miniatures in the manuscripts of Decretum Gratiani,
Studia Gratiana, Rome, 1975.
Nello studio, è indicata come ms. Ed. 97, folio 298v.

_Il disegno in chiusura del post, che mostra due agricoltori, è del monaco inglese Matthew Paris, e proviene dalla Chronica maiora II, manoscritto custodito alla Parker Library di Cambridge:
Corpus Christi College, MS 016, f. 75r.


Note al testo ---

[1] Le stimmate erano uno strumento di consenso per san Francesco?

Un indizio in tal senso ce lo offre, appena pochi anni dopo l'evento [siamo prima del 1236], il monaco inglese Ruggero di Wendover.
Nella Chronica Maiora, Ruggero scrive:
« Ora, quindici giorni prima della sua morte, apparvero nel corpo di lui le ferite nelle mani e nei piedi [...] .
Oh stupore! Si formò un grande concorso di popolo per ammirare un prodigio così insolito.
Anche gli stessi cardinali venivano da lui e cercavano di capire il significato di questi segni visibili
. » [ff 2293]
Negli stessi anni, intorno al 1235, Bonaventura Berlinghieri dipinse una pala in cui, in un dettaglio [vedi sopra], i devoti facevano ressa per vedere le stimmate sulla mano del Santo:
se non è una testimonianza fotografica, poco ci manca!

[2] Il brano citato è tratto da Jacques Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977, pp. 106 e 109.

giovedì 13 maggio 2021

La magia della conta: come annullare le streghe.


Molti malefici operati dalle streghe si basano sulla conta.

La struttura della filastrocca "Ambaraba-ciccì-coccò / Tre civette sul comò" mostra come le streghe agiscano:
al centro di tutto c'è la conta.
Lo spiega bene il linguista Vermondo Brugnatelli...

« alla base della filastrocca italiana
am barabà ciccì coccò
[esiste] una filastrocca latina
hanc para ab hac quidquid quodquod.

[...] Il nome femminile singolare cui si allude con i due pronomi potrebbe essere manus, dal momento che di solito si tratta di una "conta", durante la quale si passano in rassegna con la mano i partecipanti ad un gioco man mano che si scandiscono le parole della filastrocca
. » [1]

Brugnatelli si riferiva ad un gioco infantile, di cui si era perso il significato apotropaico.

Per fermare le streghe, s'impediva loro di chiudere la conta.

Le streghe contavano ogni volta per scagliare il maleficio:
gli amuleti 'pelosi' avevano uno scopo preciso: allungare la conta.

Se i peli erano folti, le streghe ne sarebbero state alla larga!

È il caso, per esempio, del pelo di tasso:
Renato Bellabarba spiegava perché fosse così diffuso...

« I peli del tasso, essendo assai folti e sottili, avrebbero confuso gli spiriti maligni.
Essi infatti si sarebbero sentiti irresistibilmente costretti a contarli a uno a uno. » [2]

Il desiderio di contare era terribile:
così facendo le streghe, prima di nuocere, sarebbero state cancellate dalla luce del Sole...

« secondo la credenza popolare le streghe si fermano a contare i peli uno per uno e questi sono tanti e così sottili che ci vuol tempo e prima che abbiano finito arriva l'alba che le mette in fuga. » [3]

I poteri della conta nella filastrocca ---

In origine, le civette erano gli animali diabolici collaboratori delle streghe: la figlia del dottore e il dottore stesso le loro vittime predilette, in quanto detenevano una posizione sociale rispettabile.

Vedi il libricino che ho dedicato alla tematica, ed il relativo post:
Il maleficio delle Tre Civette.

Post correllato sul pelo scaccia-streghe ----

Sull'argomento, vedi anche: Il pelo malefico:
un esercito di Ricci per combattere le streghe
.


Note al testo ---

[1] L'articolo di Brugnatelli sull'etimologia della formula Ambarabaciccìcoccò è consultabile on-line con un semplice click al seguente indirizzo.

[2] Cfr. Renato Bellabarba, Il ciclo della vita nella campagna marchigiana, Olschki, Firenze, 1979, p. 46.

[3] Cfr. Paolo Toschi, "Lei ci crede?" Appunti sulle superstizioni, Edizioni Radio Italiana, Torino 1957, p. 66.


Nota alle immagini ---

Le foto degli amuleti con il pelo di tasso sono tratte dalla Collezione dell'antropologo Giuseppe Bellucci, visibile presso il Museo Archeologico dell'Umbria (MANU)...
Bellucci, tra fine '800 e primi due decenni del '900, collezionò molti di questi oggetti tra mille difficoltà, come lui stesso spiegava nell'Introduzione ad un libricino sugli Amuleti...

« Molto spesso ebbi a lottare con quella diffidenza straordinaria, che, volendo raccogliere oggetti di tal genere comunemente s'incontra, avendo a fare con genti sospettose, credule, gelose fino allo scrupolo dei loro sentimenti e dei loro pensieri;

con genti paurose, che nella semplice innocente dimanda relativa a determinate credenze, a particolari sentimenti, intravedono il pericolo di esser colpite dai funesti effetti del malocchio, dai malefizi o dalle fatture delle streghe e dagli stregoni, dalle astuzie e dalle blandizie del diavolo. »

Cfr. Belluci, Un capitolo di psicologia popolare: gli amuleti,
Unione tipografica cooperativa, Perugia, 1908, pp. 5-6.

Nota. L'editore folignate "Il Formichiere" ha curato nel 2012 una ristampa di questo curioso libro.

domenica 25 aprile 2021

Il pelo malefico: un esercito di Ricci per combattere le streghe.


A Perugia, nel quartiere novecentesco di Monteluce, si trova una insolita cappella mariana.

È la Madonna del Riccio:
la stradina che sale fin quassù ne porta il nome.



A cosa si deve questa strana intitolazione?
Perché mai il riccio è associato alla Madonna?

Il motivo dipende dal suo pelo, che aveva un potere curioso:
cacciare le streghe.
L'antropologo Giancarlo Baronti spiegava il perché, riportando una preziosa testimonianza...

« [...] nell'Alta Valle del Tevere si mette al collo del bambino il pelo di tasso perché le streghe quando si accingono a insidiarlo perdono tempo a contare i peli e non possono quindi succhiargli il sangue. » [1]

Si tratta della « magia della conta » :
un vero antidoto che dissuadeva le streghe, grazie al pelo...

« Le streghe evon da contà tutte i picchi di piccasorce...
ma je se faceva giorno, je se faceva tardi
. » [1]
[Valter Toppetti, 1993-1994]

Anche il pelo di altri animali deteneva poteri apotropaici!

Gatti, lupi e cinghiali pare fossero molto ricercati...

« Ai bambini si fanno portare addosso attaccati alla parte anteriore della spalla sinistra [...] una ciocca di peli di lupo o di riccio o di tasso, chiusi per un'estremità in un bocciolo d'argento 'mbedecciate d'argènde ».
[Gennaro Finamore, Pescara 1894]

« ...sulla cinghia del fucile il cacciatore porta attaccato del pelo di tasso o di cinghiale. » [1]
[Umberto Console, 1937]

Il tasso, però, era il più usato per fermare le streghe.

Ne 'Il feticismo primitivo in Italia' [2], Bellucci pubblicava alcune foto di amuleti con il famigerato pelo di tasso...
Sia il tasso sia le streghe agivano di notte:
l'oscurità era il loro habitat.

Mettere del pelo di tasso sull'uscio di casa si considerava, quindi, il modo più efficace per combatterle.
Ne bastava un ciuffo:
le streghe non avrebbero fatto in tempo a contare tutti i peli per scagliare il maleficio, prima del sorgere del Sole...

« Come le streghe anche i tassi si possono vedere solo di notte e anzi proprio come le streghe si possono, solo di notte, cogliere sul fatto.

[...] Anche il tasso per altro possiede fama di succhiatore di liquidi vitali e di gran morsicatore.
Si introduce nottetempo nelle stalle per succhiare il latte delle vacche e i suoi morsi sono molto temuti dai cani e dagli stessi cacciatori
. » [1]


◉ Sull'inibizione prodotta dalla conta a cui si costringeva le streghe, vedi il post:

La magia della conta: come annullare le streghe.


Note al testo ---

[1] Cfr. Giancarlo Baronti, Tra bambini e acque sporche: immersioni nella collezione di amuleti di Giuseppe Bellucci, Morlacchi Editore, Perugia, 2008, pp. 98, 104, 119, 139-140.

Baronti parla anche di un « amuleto per l'infanzia composto di peli di gatto selvatico » .
Riprende questa notizia da Giovanni Pansa, Noterelle di varia erudizione, Lanciano, 1887, p. 219.

La testimonianza di Gennaro Finamore sul pelo di lupo, riccio o tasso indossati dai bambini, è consultabile anche su Google Libri.

Cfr. Finamore, Tradizioni popolari abruzzesi, Volume XIII, p. 179
in Curiosità popolari tradizionali, Torino-Palermo, Carlo Clausen, 1894.

[2] Le immagini ed i riferimenti al pelo di tasso si trovano in Giuseppe Bellucci, Il feticismo primitivo in Italia e le sue forme di adattamento, Perugia, 1907, pp. 41 e 47.