giovedì 23 dicembre 2021

Le processioni del Drago: un rito medievale per ottenere fertilità.


Il teologo parigino Jean Beleth ci racconta la processione di un drago, che veniva portato nelle strade di Parigi per le Rogazioni:

« Il drago, che simboleggia il diavolo, è condotto con la coda lunga e gonfia per tre giorni: nei primi due avanza davanti alla croce e alle bandiere, e nell'ultimo giorno rimane indietro ». [1]

Nella bocca del drago si ponevano dolci e frutta a scopo propiziatorio...

« Nelle Rogazioni, veniva portato in processione, con gran gioia dei parigini, un grande drago di vimini, nella cui bocca aperta il popolo gettava frutta e dolci. » [2]

Il Clero, non potendo reprimere una manifestazione popolare così forte, e dal (vago) sapore pagano, ne trasse una morale catechistica!

Le Goff parafrasa il testo di Beleth...

« I primi due giorni il drago si trovava in testa al corteo, precedendo croci e bandiere, con la lunga coda eretta e gonfia - "cum cauda longa erecta et inflata"

[...] Durante le prime due epoche il diavolo ha regnato e, pieno d'orgoglio, ha ingannato gli uomini
. »

Le processioni del drago facevano così paura?


Processione delle Rogazioni e riti della terra ---

Il mondo agricolo era scandito dalle feste religiose.
Le Rogazioni [vedi la nota su Wikipedia] duravano 3 giorni dopo l'Ascensione di Cristo (commemorata il 25 aprile].
Il ciclo si chiudeva con l'Assunzione di Maria Vergine il 15 agosto.

Sulle feste religiose che scandiscono il ciclo della terra, vedi il post:
Da Imbolc all'Annunciazione di Maria: le feste per la nuova nascita del Sole.


Note alle immagini ---

_La miniatura in apertura proviene dal manoscritto Yates Thompson ms 13, folio 186v: è visibile nel sito della British Library.

_Le due miniature successive provengono da un altro manoscritto della British Library: Add Ms 42130, folii 52v e 60r.


Note al testo ---

[1] Questa fonte è citata in Paolo Masini, Il maestro Giovanni Beleth: ipotesi di una traccia biografica, Studi Medievali,
Anno XXXIV - Fascicolo I, 1993, p. 313.

L'autore la riprende da Iohannis Beleth, Summa de ecclesiasticis officiis, Brepols Publishers, Turnholti, 1976, pp. 236-237.

« Draco, qui per triduum illud deportatur cum longa cauda et inflata, duobus diebus primis ante crucem et uexilla et post ultimo die retro vadit, significat diabolum ».


[2] « Louis Réau afferma: "alle processioni delle Rogazioni, il clero di Notre-Dame faceva portare, in memoria del suo miracolo simbolico, un grande drago di vimini nella gola aperta del quale il popolo gettava frutta e dolci. »

È una testimonianza che Le Goff riprende dall'Iconographie de l'art chrétien di Louis Réau (1958), di cui alcune pagine sono visibili anche su Gallica, sito per la consultazione on-line della Bnf.

Cfr. Jacques Le Goff, Cultura ecclesiastica e cultura folklorica in Tempo della chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino, 1977, pp. 241, 245-247.

martedì 30 novembre 2021

L'Umbria e gli uccelli: un legame antico.

Nel suo libro Sulla divinazione, Cicerone è molto chiaro:
l'Umbria è terra di maghi che interpretano il volo degli uccelli.

Lo scrive ben in due passi:

« Quanto, poi, ai frigi, ai pisidii, ai cilici, al popolo arabo, essi obbediscono scrupolosamente ai segni profetici dati dagli uccelli; e sappiamo che lo stesso è avvenuto per lungo tempo in Umbria. » [1]

« Gli arabi, i frigi e i cilici, poiché sono soprattutto dediti alla pastorizia, hanno perciò notato più agevolmente i diversi canti e voli degli uccelli;
e per lo stesso motivo hanno fatto ciò gli abitanti della Pisidia e quelli di questa nostra Umbria
. »
[1]

Gli Umbri erano assidui osservatori di uccelli.
Nelle Tavole Iguvine, antichissimi strumenti divinatori di Gubbio, si legge come interpretare la presenza degli uccelli...

« Questa cerimonia la si inizi con l'osservazione degli uccelli, il picchio verde e la cornacchia da occidente, oppure il picchio e la gazza da oriente. » [2]

In Umbria, tutti col naso all'insù per carpire segreti ai volatili?
Molti brani delle Fonti Francescane ci fanno pensare che Francesco d'Assisi, ancora nel MedioEvo, fosse ben al corrente dei presagi lanciati dagli uccelli.

Eccone uno importante:
Francesco è alla Verna, nella cella dove riceverà le stimmate.
Gli uccelli, volando sopra la cappella del Santo, ne sanciscono l'Investitura divina...

« Sul far del mattino, all'aurora, mentre era in preghiera, uccelli di ogni specie volarono sulla cella dove egli si trovava [...].

Fu assai meravigliato della cosa il beato Francesco e ne trasse grande consolazione.
Ma poi prese a meditare su che cosa questo potesse significare, e il Signore gli rispose in spirito:
"Questo è segno che il Signore ti farà delle grazie in questa cella e ti darà copiose consolazioni"
. » [3]

Nota alle immagini ---

Le miniature con cui ho illustrato il post provengono dal manoscritto Stowe ms 17 della British Library:
nel sito della biblioteca si può consultare integralmente!
I riferimenti ai folii sono: 20r, 24r, 67v, 83v, 93v.


Note al testo ---

[1] Cfr. Marco Tullio Cicerone, Della divinazione, Garzanti, Milano, 1991, p. 75.

[2] Cfr. Giacomo Devoto, Le tavole di Gubbio, Sansoni, Firenze, 1975, pp. 19, 29.

[3] Cfr. Compilazione di Assisi, Quaresima sulla Verna -ff 1672.
Per una breve storia della Legenda Antiqua perusina, vedi il post:
Una guerra tra 'Poveri': quando si faceva a gara per vivere di elemosine.

Post sulla lingua sacra degli Uccelli nelle Fonti ---

L'Umbria e gli uccelli: un legame antico.

Uccelli maledetti: il culto clandestino della Natura nel Medioevo.

Lo stregone che fece paura al Papa: la predica agli Uccelli secondo il monaco Ruggero.

martedì 16 novembre 2021

Vivo o morto? Cristo e gli dèi mutanti dell'antichità.


Un dio può morire?

Per gli Antichi, due entità compongono il dio.
Una finiva nell'Oltretomba, Regno di Ade; l'altra tornava in Cielo.

Nel mito c'era un dio Vivo; e la sua 'controfigura' morta!


Luciano di Samosata, nei Dialoghi con i morti, fa incontrare nel sottosuolo due fantasmi: Eracle e il filosofo Diogene Laerzio. [1]

Eracle spiega a Diogene cosa ci faccia laggiù...

« Eracle, in realtà, è in cielo con gli dei e "possiede Ebe dalla belle caviglie", mentre io sono il suo fantasma. »

Diogene è sconcertato:

« Ma che dici?
Un fantasma del dio?
È possibile essere per metà un dio, e con l'altrà metà...
essere morti
? »

Eracle gli risponde, spiegando la Sua duplice natura...

« Appunto: non ti sembra forse che siamo composti di due sostanze, l'anima e il corpo?
E allora, che cosa t'impedisce di pensare che l'anima -la parte che proviene da Zeus- è in cielo, mentre io, che sono la parte mortale, sto coi morti
? » [1]

Essere divino vuol dire rompere la barriera tra i due mondi.

Il dialogo coi Morti non era solo possibile, ma anzi indispensabile per iniziarsi ad una conoscenza superiore.

Mircea Eliade spiega come la comunicazione coi Morti sia la base dell'iniziazione Sciamanica...

« "Veder gli spiriti" in sogno o allo stato di veglia è il segno d'istintivo della vocazione sciamanica, spontanea o volontaria che sia: giacché aver dei contatti con le anime dei morti significa, in una certa misura, esser morti.

È così che in tutta l'America del Sud lo sciamano deve morire per poter incontrare le anime degli sciamani e per esser istruito da essi:
perché i morti sanno tutto
. » [2]


Negli Apocrifi, Vangelo di Nicodemo, si trova la sopravvivenza di un mito funebre pagano:
il Dio scende negli Inferi per convocare i Morti.

Dopo la Crocifissione, Cristo va nel sottosuolo:
uno ad uno, i Morti lo seguono.
Non si dirigono in cielo!, ma tornano sulla terra...

« Giuseppe disse:
"E perché vi meravigliate che Gesù sia risorto?
Non questo è meraviglioso, ma è meraviglioso che non sia risorto egli solo, ma abbia fatto risorgere anche parecchi altri morti, che sono apparsi a molti in Gerusalemme
.

[...] Quando essi ebbero così parlato, il Salvatore benedisse Adamo con il segno della croce sulla fronte.
Poi fece lo stesso anche con i patriarchi e i profeti e i martiri e gli antenati, e prendendoli con sé, uscì dall'inferno.

E mentre Egli usciva, i santi padri lo seguivano cantando lodi e dicendo:
-Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Alleluia! A lui la gloria da tutti i santi!
» [3]

Post correlati sui Morti ---

Non rompere lo specchio: i Morti che proteggono dai dèmoni.

Osiride e San Giusto: i due Annegati che regnavano sui Morti.


Note alle immagini ---

Le miniature, con la sola eccezione della seconda, sono tratte dallo Yates Thompson ms 13, visibile nel sito della British Library.
I folii sono: 109r, 161v, 180r.

La seconda miniatura è tratta, invece, dal manoscritto Stowe
ms 17, visibile sempre nel sito della British Library: folio 200r.


Note al testo ---

[1] Cfr. Luciano, Dialoghi dei Morti, a cura di Massimo Vilardo, Mondadori, Milano, 1991, pp. 131, 135.

[2] Cfr. Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974, p. 106.

[3] Cfr. Vangeli apocrifi, a cura di Marcello Craveri, Einaudi, Torino, 1990, pp. 351, 357.

domenica 7 novembre 2021

Non rompere lo specchio: i Morti che proteggono dai dèmoni.


Perché porta male infrangere uno specchio?
La visione di qualche manoscritto può darci una risposta.
Uno scheletro guarda il suo teschio riflesso in una miniatura da un Libro d'Ore della British Library:
non è solo un'allegoria della Vanitas.

La stregoneria popolare insegna a usare gli specchi per scacciare i dèmoni.
Avere uno specchio infranto significa essere privi di un prezioso mezzo di protezione!

« I demoni e le creature sovrannaturali tradiscono la loro natura perché non si riflettono negli specchi, mentre le incarnazioni diaboliche non possono tollerare la propria immagine e sono destinate a morire non appena la vedono riflessa.

Gli specchi, quindi, sono anche amuleti che proteggono dagli esseri e dalle forze sataniche
. » [1]

Perché gli specchi hanno poteri apotropaici?

Il motivo è antichissimo: Mircea Eliade ci spiega che, attraverso gli specchi, lo sciamano può comunicare con le anime dei Morti.

Rompere lo specchio vuol dire chiudere il contatto:
non essere più in grado di chiamare gli Spiriti ausiliari, ed essere quindi esposti alle forze malevoli...

« [...] si dice che lo specchio aiuta lo sciamano a "vedere il mondo" (cioè a concentrarsi), o a "porre gli spiriti" ».

« Guardando nello specchio, lo sciamano può vedere l'anima del defunto. » [2]

Post correlati sui Morti ---

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Note alle immagini ---

_Sopra, la salma di un defunto stringe uno specchio.
Miniatura da un Salterio visibile nel sito della Morgan Library.
La segnatura è: ms M. 796, folio 91v.

_La miniatura in apertura è un capolettera dal manoscritto Yates Thompson 7, folio 174 recto.
La pagina è visibile, ad alta risoluzione, nel sito della British Library.

_La seconda miniatura, con uno scheletro che regge uno specchio circolare, è tratta da un Libro d'Ore dal Walters Art Museum di Baltimora (U.S.A.);
la segnatura del manoscritto è: W 431, folio 115 recto.
Nel sito del Museo è possibile visualizzare a buona risoluzione il documento integrale.


Note al testo ---

[1] Cfr. Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano, 1991, p. 506.

[2] Cfr. Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974, p. 178.

lunedì 25 ottobre 2021

La Bella e la Bestia. Tracce medievali di un mito Matriarcale.


Alcune miniature da un manoscritto nel sito della British Library ci mostrano l'antica iconografia della Signora delle belve, rivisitata in chiave medievale.

Una donna stringe a sè due leoni che sono da Lei addomesticati.

Nelle Pagine di religione mediterranea, Uberto Pestalozza spiegava molto bene un mito Matriarcale: la sottomissione fisica delle belve alla Pòtnia.
Di questa sudditanza magica resta una traccia preziosa nella fiaba europea La Bella e la Bestia.

Il coito tra le Belve e la Signora, chiamata dai Greci Pòtnia theròn, era un rapporto di dipendenza tra la Madre e le bestie dominate...

« A che cosa alludevano le gigantesche leonesse, ritte sulle zampe anteriori, fiancheggianti la sacra via, che dal porto più settentrionale conduceva al Λητώον, se non al dominio esercitato dalla dea pur sulla famiglia delle belve? » [1]

« Accanto alle raffigurazioni in cui gli animali la affiancano e la dea ne sfiora con le mani le teste od i musi, o distende sopra di loro le braccia, spiccano quelle in cui essa con piglio violento afferra per una zampa quadrupedi e bipedi capovolti, i quali volgono in su la testa ostilmente, quasi mal sopportassero la brutalità della loro signora. » [1]

La Signora delle belve era diffusa anche fuori dal mondo greco!

Mircea Eliade, ne Lo Sciamanismo e le tecniche dell'estasi, spiegava come la Sua presenza tra gli sciamani asiatici fosse la spia di arcaiche credenze Matriarcali...

« [...] la protezione accordata allo sciamano siberiano dalla sua àyami ricorda la parte che fate e semi-dee hanno nell'istruzione e nell'iniziazione degli eroi.

Cotesta 'protezione' riflette indubbiamente delle concezioni 'matriarcali'.
La 'Grande Madre degli Animali' - con la quale lo sciamano siberiano sta in ottimi rapporti - è una immagine ancor più netta del matriarcato arcaico
.

[...] come la Gran Madre degli Animali accorda agli uomini -specie agli sciamani - il diritto di cacciare e di nutrirsi della carne degli animali, del pari gli "spiriti protettori donne" danno agli sciamani gli spiriti ausiliari che, in un certo modo, sono ad essi indispensabili per i loro viaggi estatici. » [2]

Post sulle 'bestie' della Dea ---

Serpenti Sacri: la Nutrice. Dalla dea Minoica a santa Verdiana.

Il serpente paredro della Dea Madre: i capitelli della chiesa di San Filippo Neri a Perugia.


Nota alle immagini ---

Il manoscritto citato fa parte del fondo Yates Thompson [Ms 13],
ed è visibile nel sito della British Library.
I folii sono: 8v, 9v, 10v.


Note al testo ---

[1] Cfr. Uberto Pestalozza, Pagine di religione mediterranea, Principato, Milano, 1942:
Volume I, p. 17; Volume II, p. 284.

Il Λητώον, a cui si riferisce Pestalozza, era il santuario di Latona (madre di Apollo e Artemide) in Licia:
le leonesse scolpite testimoniavano i poteri di Maternità attribuiti alla Dèa.

[2] Cfr. Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, pp. 102-103.

martedì 12 ottobre 2021

La strega e gli Astri. L'origine delle filastrocche...

Nella lingua parlata, e specie nel dialetto, c'è un filo semantico che ci consente di ricostruire il significato antico delle parole.

Da cosa deriva la parola strega?

Nei Frammenti di lingua perugina [1], Sandro Allegrini ci spiega come la Strega fosse colei che, in origine, leggeva gli Astri.

Per aferesi, un fenomeno fonetico abbastanza comune, la A all'inizio della parola cadeva.
E così la nostra Astrologa diventava, con inversione dei due gruppi consonantici, una Strogula...

« STRÒGU(E)LA = Astrologa / indovina / fattucchiera
STRÒLL(E)CA = Indovina nomade
STRÒLL(E)CHE = 1. Andara in giro elemosinando; 2. Fare sortilegi »

Cosa c'entra il filo?

Nel lessico dialettale, si trova sedimentato il sapere magico popolare.

Filare fu la più antica attività femminile intorno al focolare:
l'espressione « Ai tempi che Berta filava » si riferisce proprio a un'attività arcaica: il primo lavoro delle donne.

nascevano i racconti del focolare: le stroccole.

Delle storielle fantastiche [2] narrate davanti all'arcolaio:
a queste filastroccole si riferisce, nel Cinquecento, lo scrittore Matteo Bandello nelle sue Novelle...

« ...a me pare egli che tutte siano baje e filastroccole da narrar la sera al fuoco [...]

Oh oh , disse il marchese, io dico bene che queste sono delle tue filastroccole e baie che non vagliono nulla.
Dimmi, ove hai tu apparato l'astrologia? »
[3]

Le filastroccole furono la prima forma, magica, di conoscenza appresa dai bambini mentre le donne filavano.


Un post nel blog sulle maledizioni del filare ---

Il maleficio degli arcolai: le antiche superstizioni sul filare nel racconto della Bella Addormentata.


Nota alle immagini ---

Le miniature al margine dei folii con la scimmietta, intenta a filare sull'arcolaio o che stringe una conocchia, sono tratte dal prezioso manoscritto Stowe MS 17.

Il documento è visibile integralmente nel sito della British Library.
Le pagine sono: 5r, 30v, 92r, 216r, 242v.


Note al testo ---

[1] Cfr. Lemmario dei termini perugini in
Sandro Allegrini, Nuovi frammenti di lingua perugina:
(Quasi) un dizionario da leggere
, Morlacchi Editore, Perugia, 2009, p. 324.

[2] Il linguista toscano Mario Alinei osservava:
« La prima parte della parola deriva da fila, cioè 'sequenza', 'serie concatenata', collegabile al plurale del latino filum (come in italiano le fila), la seconda continua il greco-latino historicus, 'abile nel racconto', 'bene informato', 'istruttivo'. »

Cfr. Alinei-Benozzo, DESLI -Dizionario Etimologico Semantico della Lingua Italiana. Come nascono le parole, Edizioni Pendragon, Bologna 2015, p. 96.

[3] Cfr. Matteo Bandello, Novelle, Volume Nono, Milano, 1814,
pp. 344-345.

giovedì 16 settembre 2021

L'astrolabio e i maghi che leggono il Cielo.

Un manoscritto del Decretum Gratiani ci mostra un prete mago trovato in possesso di un oggetto proibito dalla Chiesa.

Condotto dal giudice, stringe nella mano il corpo del reato:
è un astrolabio.

L'osservazione dei pianeti a scopo divinatorio era molto radicata, ancora nel MedioEvo [1].

L'astrologia era una pratica popolare: la Chiesa cercava di combattere con ogni mezzo chi traeva auspici dal moto degli astri.

Le Decretali di Graziano contengono molte miniature che illustrano questa credenza superstiziosa.
È​ la causa XXVI: contro i reati di magia.

Eccone un'altra, dalla Biblioteca Apostolica Vaticana:
un frate è intento a guardare all'insù, in modo sospetto.
Il frate, con la tipica tonsura monastica, sta sfogliando un libro di Magia (a destra) per interpretare il responso del cielo...

A sinistra, le voci del prete astrologo giungono fino al Vescovo che infliggerà la punizione.

Come esponenti del basso clero, i frati erano i più 'sensibili' alla superstizione popolare.
Le punizioni contro i trasgressori erano frequenti, e le miniature nel Decretum Gratiani ci attestano una certa frequenza nell'uso di quel complicato arnese: l'Astrolabio.

Un'altra miniatura del Decretum, ancora più bella ed elaborata...
Entro un loggiato gotico, si consuma il reato.

Nella nicchia centrale, il frate astrologo con in mano l'astrolabio dispensa predizioni a due devoti.
Nella nicchia di destra, lo stesso frate benedice un malato.

Nella nicchia di sinistra, la storia si chiude:
il frate è trascinato davanti al vescovo.

Due uomini lo stringono, indicando l'indizio di colpevolezza:
è il nostro caro astrolabio!


Nota al testo ---

[1] Lo storico americano Richard Kieckhefer spiega bene quanto l'astrologia, demonizzata nel mondo clericale, fosse addirittura di moda tra i laici.
Associata perfino alla pratica della Medicina nelle Università!

« L'astrologia aveva interesse per la medicina.
Un chirurgo o un barbiere-chirurgo doveva conoscere quali segni zodiacali presiedessero alle varie parti del corpo, perché era pericoloso operare o salassare un paziente quando dominava una costellazione avversa.

La conoscenza di queste cose era necessaria anche ai medici, e per questa ragione l'astrologia veniva studiata forse in modo più sistematico nelle scuole di medicina che in altre branche delle università medievali.

Nell'università di Bologna, illustre per i suoi studi medici, c'era un professore che insegnava ai futuri dottori a valutare l'influsso degli astri sul corpo umano
. »

Cfr. Kieckhefer, La magia nel Medioevo, Editori Laterza, Bari, 2004, p. 157.


Nota alle immagini ---

•Le miniature citate sono contenute in manoscritti del Decretum Gratiani, scansionati e visibili ad alta risoluzione, nel sito della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Le segnature dei manoscritti sono:
Vat. lat. 1371, folio 224 recto.
Urb. lat. 161, folio 257 verso.
Arch. Cap. S.Pietro A.25, folio 236 verso.
Arch. Cap. S.Pietro A.24, folio 251 recto.

lunedì 6 settembre 2021

La Santa con il Terzo Occhio. Il culto della Luce in una pittura medievale.

Nella chiesa di san Silvestro a Bevagna c'è una pittura curiosa, sotto l'altare: lungo il corridoio che scende alla Cripta.

L'affresco è deteriorato, ma ancora leggibile.
Vi figura una Santa.
Sulla fronte, la donna ha dipinto un Occhio.

L'ex-voto risale ai primi anni del Trecento [1], ed è l'unica pittura medievale in cui abbia mai visto un Terzo Occhio.

Le iniziali sono appena decifrabili, nel registro sottostante:
si distinguono, subito all'inizio, una S e una L.

Chi è la Santa che ci osserva?

La risposta possiamo provare a darla studiando lo strano Occhio fiammeggiante dipinto sulla Sua fronte.

Robert Graves, ne I miti greci, ci offre un indizio:
secondo Graves, i fabbri antichi si tatuavano un cerchio sulla fronte in onore del Sole.
Quel cerchio si trasformò, nel filtro mitico, in un Occhio...

« I Ciclopi, pare, furono i membri di un'associazione di fabbri durante la civiltà elladica primitiva.

Ciclope significa "dall'occhio rotondo" e probabilmente essi avevano tatuati sulla fronte dei cerchi concentrici in onore del sole, fonte del fuoco che alimentava le loro fornaci. » [2]

L'Occhio del Sole Aton divenne l'Occhio di Giove;
e poi quello del Dio cristiano.

Nel rosone del duomo di Orvieto [1470 circa], la testa dell'Eterno illumina come un Sole i fedeli...

La pittura di Bevagna, e l'Occhio sulla fronte della Santa, ci offrono un indizio in più:
in origine, la Luce era un attributo femminile.

La donna sola ha la facoltà di dare alla luce:
prima della rivoluzione patriarcale, che affermò il potere solare di Apollo, era la Dea a regnare sulla luce.

Si capisce tutto studiando la Trinacria:
l'antico emblema del Sole, simbolo della Sicilia.

La Trinacria, infatti, è un Sole donna:
testa di Gorgone, e tre gambe rotanti: in direzione est-ovest.

Il Sole sorge ad Oriente e tramonta ad Occidente:
così le gambe della Gorgone si muovono da destra verso sinistra.

Ad esempio, in questa bella xilografia di fine Ottocento...

Chi è la Santa del nostro ex-voto?

Il sincretismo cristiano restituì alla Dea il dominio sulla Luce.

In Sicilia, il binomio luce-femminino era così forte da restare radicato nel culto di una Santa locale che, per tutto il MedioEvo, ebbe molta fortuna: Santa Lucia.

« Lucius, Lucilius, Lucifer, Lucilla, sono tutti nomi simili che alludono alla luce e alla vista.

Gli occhi si dicon luci dai latini e dagli scrittori italiani, come all'opposto occhi del mondo si dissero il sole e la luna, perché ci recan la luce
. » [3]

« Pare che l'accostamento sulla base dell'accento del nome in greco di Lucia con il termine latino lux
[...] sia di matrice paretimologica in quanto simile a quello in latino di lucerna, derivato dal termine in greco lùchos
. » [4]

In una pala di Bicci di Lorenzo [fine '300] da villa La Pietra, vicino Firenze, Lucia è raffigurata in trono:
con una lampada
nella mano destra.

Sulla lucerna che reca in mano si notano due piccoli occhi:
da lì scaturisce una fiamma...


È Lucia la Santa che stiamo cercando?

Possibile che un affrescatore umbro di periferia abbia ripreso l'antico simbolo solare del Terzo Occhio?

Per approfondire il tema, rimando ad un libricino...

Note alle immagini ---

_L'archeologo inglese Arthur Bernard Cook in Zeus: a study in ancient religion [Cambridge, 1914: Archive.org] notava come alcuni templi greci nel frontone avessero un cerchio,
a significare probabilmente l'Occhio divino:
un antenato del Rosone gotico?



_ Il rosone del duomo di Orvieto è, tradizionalmente, attribuito ad Andrea di Cione, detto l’Orcagna.
Cfr. L’Italia. L’Umbria, Touring Editore, Milano, 2004, p. 592.

_La xilografia con la Trinacria è opera di Giuseppe Barberis [1890]: vedi su Flickr.com.

_Sulla chiesa di San Silvestro a Bevagna, vedi anche la relativa pagina nel sito de I luoghi del silenzio.

_Sull'Occhio di Bevagna, è interessante notare come le ciglia in cui la pupilla è inscritta siano di colore rosso bruciato:
questa nota cromatica ne rafforza il simbolismo solare.


Note al testo ---

[1] Giovanna Mencarelli le indica come « due sante » generiche.

Cfr. Mencarelli, Le Chiese di San Michele e San Silvestro di Bevagna, Edizioni dell'Ente Rocca di Spoleto, Spoleto, 1980, p. 21.

[2] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi, Milano 1983, nota 2 a p. 26.

[3] Cfr. Francesco Zanotto, Vita di Santa Lucia, Vergine e Martire, Venezia, 1861, p. 13.
Il testo è consultabile anche su Google Libri.

[4] Cfr. Maria Stelladoro, Lucia, la martire, Editoriale Jaca Book, Milano 2010, p. 107.

martedì 17 agosto 2021

Il drago a difesa della Madre: la falsificazione di un mito pagano.



Sotto una falce di luna, nell'oscurità della notte, san Giorgio infilza il drago che tiene prigioniera la principessa.

Ma la dama è davvero prigioniera del drago?

Jacques Le Goff, in Tempo della Chiesa e tempo del mercante, con qualche indizio in più ci spinge a dubitarne:

« All'inizio era il loro ruolo positivo ad avere la meglio:
i draghi erano creature innanzitutto benefiche, personificazioni e simboli di dèi della fecondità e di eroi o di re civilizzatori;
così il drago che incarna Tiamat, una delle forme della Grande Madre, e il drago marino legato alla nascita di Afrodite, essa stessa una delle forme della Grande Madre
. » [1]

La Madre era Nutrice del drago, non sua vittima!
Per ciò, le donne si recavano in processione a sfamarli...

« Presso i romani le ragazze andavano, in primavera, a deporre dolci nelle grotte in cui abitavano i serpenti (draghi) di Giunone di Lanuvium, dea agreste, da cui si attendevano buoni raccolti. » [1]

Nutrire i rettili era una prerogativa della Dea.
I predicatori cristiani rovesciarono il ruolo della Madre antica:
da Nutrice del drago a Sua prigioniera.
Il paredro da Lei allevato divenne, così, un mostro da uccidere.
Uccidere la 'bestia' significava convertire una città intera:
lo spiega bene Ludovico Iacobilli narrando l'evangelizzazione di Città di Castello, fatta nel Tardo Impero da san Crescenziano [sopra] abbattendo un temibile drago...

« Gli fu rivelato dal Signore, che al Popolo era stata mandata questa crudel Peste di quel fiero Dragone:
perché ingannato dalle fraudi dell'antico, e diabolico serpente, non cessava adorar i vani e bugiardi Dei

[...] Onde S. Crescenziano per tale conversione pieno di fiducia in Dio, armatosi con il salutifero legno della Santa Croce montò nel suo destriero, e dato di mano alla lancia, intrepidamente, presidiato all'aiuto divino, andò verso il Dragone e, assestandogli una lanciata, lo colpì e l'occise
. » [2]

E per non essere troppo vago, Iacobilli individuava perfino il teatro del combattimento fantastico:
si tratta di un tempio mariano [!].
È l'ex chiesa di Santa Maria della Carità, nel quartiere -oggi cittadino- di Rignaldello...

« Si tiene che il Santo uccidesse il dragone in quel luogo appresso il Tevere ov'è una Chiesa di commenda de' Cavalieri di Malta, e si chiama il luogo Regnaldello, distante un tiro d'archibugio dalla Città di Castello. » [2]



L'uccisione del 'drago' alla Pieve de Saddi ---

Il combattimento vittorioso di san Crescenziano [o Crescentino] è anche scolpito in un tabernacolo alla Pieve de' Saddi [sotto].
Vedi: Il sentiero francescano e I luoghi del Silenzio.

« Nella chiesa vi è un bassorilievo che ricordava l'uccisione del drago e una costola di animale fossilizzata ritrovata nei dintorni si riteneva appartenuta al mostro. »

Cfr. Graziano Vinti, I racconti del focolare: viaggio nella magia contadina, Ali&no, Perugia, 2012, p. 61.

Note alle immagini ---

_Il dipinto di Paolo Uccello con San Giorgio che abbatte il drago, in apertura, è custodito alla National Gallery di Londra.
Una pagina è dedicata all'Opera su Wikipedia.

_Nella terza foto del post, un animaletto viene artigliato da un rapace (o è un drago?).
Bassorilievo murato nella navata dell'Abbazia dei Santi Maria ed Egidio a Petroia, nel tifernate.
Vedi la pagina dedicata nel sito de I luoghi del silenzio.


Post correllati ---

Sull'associazione tra culto della Madonna e rettili, vedi:
Il serpente paredro della Dea Madre: i capitelli della chiesa di San Filippo Neri a Perugia.

Il Cristianesimo ammise nel suo pantheon, trasliterandolo, anche il culto della nutrice dei rettili.
Verdiana da Castelfiorentino assunse la funzione antica della dea romana Igea, nutrendo i sepenti che strisciavano nella Sua cella di penitenza.
In proposito, vedi il post:
Serpenti Sacri: la Nutrice. Dalla dea Minoica a santa Verdiana.
Qui sopra: Bartolo di Fredi, ex-voto con Santa Verdiana
(Verdiana si riconosce dai serpenti, Suo attributo).
San Gimignano, Chiesa di sant'Agostino, 1365 ca.

Note al testo ---

[1] Cfr. Jacques LeGoff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977, pp. 227, 242-243.

[2] Cfr. Vita di S. Crescentiano, martire protettore della Città di Castello, detta già Tiferno in
Ludovico Iacobilli, Vite de' santi e beati dell'Umbria, in Foligno, 1647, p. 585.

giovedì 22 luglio 2021

Il demone col berretto Rosso: il dio del fuoco e Cappuccetto Rosso.

Andreina Ciceri, nel 1969, descriveva un demone dal cappuccio rosso che imperversava nei racconti popolari friulani...

« In Friuli suole apparire sul far della notte, poco dopo l'Ave Maria: è piccolissimo e porta in testa un berretto rosso; forma lo spauracchio specialmente dei fanciulli. »

« L'informatrice Santa Micottis aveva undici anni quando, andando con una coetanea verso il monte, sentì fischiare dietro una casera:
era lo scarific', tutto rosso, alto circa 50 centimetri
. » [1]

Per scacciare l' «Omenùt» si teneva acceso un braciere durante la notte [1].
Il demone era, forse, una sopravvivenza del dio celtico del fuoco Beleno, che si adorava nel Friuli antico.

« [...] sappiamo però che il più grande dei loro Dei, il Dio protettore particolare della regione Friulana, si chiamava Beleno, ed era il dio del sole e della guerra, il dio dell'arte e della vita.

Dopo l'occupazione romana, Egli fu identificato con Apollo:
aveva spesso il soprannome di Carnio ed in suo onore si celebravano delle feste, in cui si accendevano dei grandi fuochi:
secondo alcuni l'usanza di accendere i fuochi la sera dell'Epifania sarebbe un reso del culto di Beleno
. » [2]
L'ostilità dei predicatori cristiani verso il mondo pagano attribuì un'aura torbida ai suoi simboli.

Il cappuccio rosso divenne un segno del proibito nella cultura medievale: specie in alcune aree del Nord-Est, dove le prostitute dovevano portarne uno per farsi riconoscere...

« Per significare l'infamia, oltre al giallo furono scelti anche altri colori:
a Padova e a Treviso le leggi quattrocentesche ingiunsero a 'meretrices et riffianae' di posare sul capo 'unum capucium coloris rubei' ovvero un cappuccio rosso
». [3]

Avere il cappuccio rosso era, per la donna, un indizio di quel mestiere infamante:
guai se le prostitute non avessero portato un cappuccio rosso!

« [...] nelle Provisiones ducales civitatis Tarvisii, Venetiis, 1768, si legge:
Nec liceat meretricibus publicis ire per civitate sine caputiis rubeis in capitibus
». [4]

Possibile che dietro al racconto di Cappuccetto Rosso, e del Lupo che voleva mangiarla, ci sia una storia di prostituzione minorile?

Post sul culto del Lupo in un luogo francescano ---

Il culto pagano del Lupo si ritrova nella chiesa di san Francesco della Pace a Gubbio.
Qui si vede perfino il 'sepolcro' del Lupo che ammansì il Santo:

Da san Francesco a Cappuccetto Rosso:
il culto apotropaico del Lupo
.


Note alle immagini ---

•L'immagine in apertura è un Giullare che ride dipinto da Anonimo. Olio su tavola dal Museo Nazionale di Stoccolma, 1540.

•La seconda immagine è un olio di pittore olandese del '500, custodito in Massachusetts (U.S.A.):
ho tratto l'immagine da una pagina di Wikipedia.
Da notare, in tutte le immagini, la « marotte »:
lo scettro in legno dei giullari, con testa buffa scolpita.

Ho scelto immagini di giullari per illustrare il post perché i pittori attribuivano ai folli i due colori diabolici del meretricio:
il rosso e il giallo
.

•L'illustrazione in chiusura, che mostra Cappuccetto Rosso e il lupo, è della pittrice Jessie Willcox Smith (1911).
Ho tratto anche questa immagine da Wikipedia.


Note al testo ---

[1] Cfr. Andreina Ciceri, In margine ad una raccolta di narrativa popolare in Studi di letteratura popolare friulana, Società filologica friulana, Udine, 1969, pp. 95-96.

« Talvolta la gente accendeva un fuoco vicino alla porta e lasciava le bragi, così lo scarific', quando veniva di notte, si scottava i piedi. »

[2] Cfr. Pietro Zampa, I santi del Friuli, Pradamano, 1930, pp. 7-8.

[3] Cfr. Elisabetta Grignera, I Soperchi ornamenti. Copricapi e acconciature femminili nell'Italia del Quattrocento, Protagon Editori, Siena, 2010, pp. 286, 288.

[4] « [...] quanto ai colori Misson, visitando Venezia nel 1688, ricorda che dame e borghesi vestivano tutte di nero, mentre "abiti di colori sgargianti, gialli e rossi come tulipani, contraddistinguevano le donne di facili costumi". »

Cfr. Doretta Davanzo Poli, Le cortigiane e la moda in
Il gioco dell'amore. Le cortigiane di Venezia dal Trecento al Settecento, Casinò Municipale Ca' Vendramin Calergi,
Venezia, 2 febbraio-16 aprile 1990, pp. 102-103.


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• Ringrazio la scrittrice goriziana Nataša Cvijanović per avermi fornito indicazioni sullo Scarific':
il demone dal berretto rosso che popola i racconti della sua Terra.

martedì 15 giugno 2021

La santa gattara: il corteo della dea Freya e i cacciatori di topi.


I Santi nell'Europa medievale servivano, soprattutto, a risolvere problemi di ordine pratico.

Ce ne accorgiamo guardando le miniature del Libro di Kells, in Irlanda, percorse da un intruso fastidioso: il topo!

Per combattere i topi ci si rivolgeva ai gatti, e alla Santa loro protettrice: Gertrude di Nivelles.

Sembra che a Colonia, in Germania, Gertrude fosse molto venerata per i suoi poteri 'derattizzanti'...

« In ogni caso venne invocata contro la peste, portata appunto da ratti e topi, anche nel 1822, quando topi d'oro e d'argento furono offerti al suo sepolcro di Colonia. » [1]

In una vetrata della chiesa gotica belga di Nostra Signora a Tongeren, dei topi si arrampicano sulla Pastorale:
a ribadire i 'poteri' della Santa!

Pare che in Irlanda si fossero inventati un lascito leggendario per giustificare il Suo culto!

« la generosa beneficenza che fece ai monaci irlandesi (come Foillan, fratello di Fursey, che aveva fondato un monastero a Fosses, su terre donategli appunto da Gertrude). » [1]

Dietro una devozione così forte c'era, forse, un culto pagano?

Gli antichi Germani credevano che la loro dea Freya volasse su un carro trainato da gatti.

« [...] la dea Freya dei Germani settentrionali veniva raffigurata su di un carro trainato da gatti. » [2]

I Romani associarono Freya alla dea latina a cui i gatti erano sacri: Diana.

In Minima mediaevalia, Franco Cardini spiegava come le donne-gatto 'cacciatrici' si fossero saldate all'idea del volo notturno, già nella cultura medievale...

« Burcardo di Worms [...] l'attribuisce al culto di una dea che egli, scrivendo in latino, chiama Diana, ma che è probabilmente la dea germanica Freya.

[...] Ciò detto, resta molto interessante il metodo di Burcardo:
da autentico antropologo, ha messo in moto un delicato processo di acculturazione traducendo Freya con Diana;
[...] due figure mitologiche entrambe femminili, virginali, notturne e cacciatrici
. » [3]

Ne derivò la demonizzazione del gatto:
nella cultura alta religiosa, divenne l'animale diabolico prediletto dalle streghe.

Tutto il contrario nella cultura bassa: popolare.
Guai a non prestare attenzione ad un gatto!
Il gatto doveva compiere un lavoro igienico importante:
cacciare i topi
.

In un libricino sui detti popolari marchigiani, ho rintracciato dei moniti molto severi contro chi dimentica l'importanza dei gatti...

« Guai alla donna incinta mangiare qualche cosa tolta ad un gatto: il nascituro sarà un ladro. »

« Al cane si può dare il pane e se ne avrà restituzione in maggior copia da Gesù;
ma guai a darlo ad un gatto, è convinzione popolare che Gesù non lo restituirebbe, giacché il gatto si deve procacciare da vivere mangiando topi
. » [3]

Un post nel blog sulle gatte e il Femminino: Sacre o diaboliche?

--- Le streghe che si trasformano in gatte.


Note alle immagini ---

_Le miniature con i gatti, che difendono l'ostia consacrata dai topi famelici (prima e quinta immagine nel post), provengono dall'Evangeliario di Kells che si può consultare nel sito del Trinity College Dublin: Ms 58, folii 34 recto e 48 recto.

_L'illustrazione con la dea germanica Freya su un carro trainato da gatti, è tratta dal Manual of mythology di Alexander Stuart Murray, London 1874.
L'Opera si può integralmente consultare nel sito americano Archive.org.

_La miniatura alla fine del post è dalla British Library,
Stowe ms 17 (Libro d'Ore di Maastricht): folio 75v.


Note al testo ---

[1] Cfr. David Hugh Farmer, Dizionario Oxford dei santi, Muzzio, Padova 1989, p. 197.

[2] Cfr. Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, Milano, 1991, p. 215.

Anche Lecouteux: « Freja si sposta su un carro trainato da gatti. » Cfr. Claude Lecouteux, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce, 2002, p. 95.

[3] Cfr. Giovanni Ginobili, Bricciche di superstizioni e pregiudizi popolari marchigiani, Tipografia S. Giuseppe, Macerata, 1959,
pp. 20 e 30-31.