lunedì 25 gennaio 2021
L'Oracolo del cerchio: una divinazione ballata nei Fioretti di san Francesco.
Francesco stesso, di estrazione borghigiana, era espressione di una cultura popolaresca e 'paganeggiante'.
Non stupiamoci di trovare nelle Fonti Francescane tracce di superstizioni e arcaici riti apotropaici!
Come quando, nei Fioretti [1], Francesco giunge ad un trivio ed è indeciso sulla strada da prendere: Roma, Arezzo o Siena?
Da allora un ordine preciso al Suo compagno di strada inseparabile, nonché amante, frate Masseo [vedi nota e approfondimento sotto].
Masseo farà una giravolta vorticosa su se stesso.
È l'invasamento provocato dal girare in cerchio:
in base al verso in cui finisca il giro, Dio rivelerà la Sua volontà...
« Risponde santo Francesco: "Al segnale ch'io ti mostrerò, onde io ti comando per lo merito della santa obbedienza, che in questo trivio, nello luogo ove tu tieni i piedi, t'aggiri intorno, intorno, come fanno i fanciulli, e non ristare di volgerti s'io non tel dico".
Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si volse, che per la vertigine del capo, la quale si suole generare per cotale girare, egli cadde più volte in terra [...]
Alla fine, quando si volgeva forte, disse santo Francesco: "Sta' fermo e non ti muovere". Ed egli stette; e santo Francesco il domanda: "Inverso che parte tieni la faccia?"
Risponde frate Masseo: "Inverso Siena".
Disse santo Francesco: "Quella è la via per la quale Iddio vuole che a noi andiamo. » [ff 1839]
Nel Medioevo, la Magia era così radicata che una pratica giocosa come girare in tondo poteva indicare la Volontà divina!
Lutero, secoli dopo, inorridirà davanti a questi usi del volgo superstizioso, che poco avevano a che fare con la spiritualità pura dei Vangeli.
Il suo disgusto verso la cultura popolaresca e le sue ricadute magiche, si saldavano al rancore verso la società italiana.
Nei Discorsi a tavola, lo diceva a chiare lettere:
« Grande è la cecità e la superstizione degl'Italiani, perché per i colpi hanno più paura di sant'Antonio e di san Sebastiano che di Cristo.
Perciò se uno vuole conservar pulito un posto, perché non ci si pisci, come fanno gl'Italiani alla maniera dei cani, ci dipinga su un'immagine di sant'Antonio con la punta di legno e questa immagine scaccia quelli che stanno per pisciare.
Insomma l'Italia è tutta una superstizione, e gl'italiani vivono soltanto nelle superstizioni senza la parola di Dio e senza la predicazione; hanno solo una gran paura delle ferite corporali e delle disgrazie. » [2]
➔ Cerchio magico usato dalle streghe:
Anelli di protezione: "In questo cerchio v'è una strega..."
◉ Un libro sul rito magico del girare in cerchio ---
Pierre Saintyves spiegava bene, ai primi del '900, quale fosse il senso di queste pratiche magiche danzate:
« La maggior parte delle danze popolari in cerchio hanno un'origine rituale:
i loro canti sono degli incantesimi dal potere magico.
La danza in tondo è una cerimonia di circumambulazione, è un accerchiamento, così come specifica bene la parola inglese circling che designa questo tipo di danza, bensì un accerchiamento mistico.
Le danze circolari sono eminentemente creazioni dell'antico spirito magico-religioso. »
Cfr. Pierre Saintyves, Liturgie popolari. Le origini magiche del Girotondo, traduzione di Michela Pazzaglia, Eleusi Edizioni,
Perugia 2018, p. 20.
◉ Vedi anche il relativo post:
Liturgie popolari: le origini magiche del Girotondo.
Frate Masseo: compagno inseparabile ed amante occasionale ---
Le fonti descrivono spesso il rapporto elettivo che univa Francesco a Masseo, suo compagno di strada e di preghiera, di cui Francesco lodava spesso l'avvenenza fisica.
◉ Al seguente link raccolsi i passi in cui il loro rapporto è tratteggiato, fino all'ardore serafico narrato nei Fioretti:
San Francesco e l'omosessualità:
i vizi di un buongustaio.
Divinazioni nelle Fonti Francescane ---
Questa divinazione fatta girando su se stesso è un caso eccezionale nelle Fonti.
Più frequenti sono, invece, i casi di bibliomanzia:
divinazione fatta aprendo, a caso, le Scritture.
Oltre al famoso episodio de La Verna, la Leggenda dei Tre Compagni ce ne racconta una particolarmete famosa:
la divinazione fatta da Francesco, ancora giovane, con il compagno Bernardo:
« Sul far del giorno si alzarono e con un altro uomo di nome Pietro [Cattani, primo compagno di Francesco insieme a Bernardo, n.d.a.] che egualmente desiderava diventare loro fratello, si recarono alla chiesa di San Niccolò, vicina alla piazza della città di Assisi.
Finita la preghiera, il beato Francesco prese il libro ancora chiuso e, inginocchiandosi davanti all'altare, lo aprì. »
[ff 1430-1431]
Note alle immagini ---
_Le due immagini all'inizio del post, presentano a margine del testo danzatrici e danzatori (con indosso maschere animali).
Il manoscritto è il Romanzo di Alessandro dalla Bodleian Library di Oxford: MS. Bodl. 264, fol. 110 recto.
_L'immagine in conclusione, è un Girotondo tratto dalla Lotta tra Carnevale e Quaresima di Pieter Brueghel (1559) visibile anche su Wikipedia: il dettaglio è nella parte alta del dipinto.
Note al testo ---
[1] Il passo citato si trova nei Fioretti al Capitolo XI:
« Come sancto Francesco fece aggirare intorno intorno più volte frate Masseo, e poi n'andò a Siena ».
[2] Cfr. Martin Lutero, Discorsi a tavola, Einaudi, Torino 1969,
p. 243. Il discorso è citato anche da Piero Camporesi, Introduzione a Il Libro dei vagabondi, Einaudi, Torino 1973, p. XLVI.
[3] La traduzione che seguo è sempre:
Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 2004.
lunedì 4 gennaio 2021
Il culto Solare nel vestito di Cenerentola...
« In molte versioni, quando l'eroina si reca al ballo, canta un ritornello di carattere nettamente stagionale:
Dietro di me l'oscurità
Dietro il buio. » [1]
Questa dichiarazione aveva un preciso significato rituale:
Cenerentola era la sguattera-regina che impersonava la luce del nuovo Anno: il suo vestito, pieno di gioielli in forma di Sole,
ne era la chiara prova.
Saintyves lo spiegava bene due pagine prima:
«[...] la sua vera natura si rivela: risplende di bellezza e indossa abiti lucenti. » [1]
Nella trasposizione della Gatta Cenerentola, portata in scena negli anni Ottanta e Novanta dal regista napoletano Roberto De Simone, il soprano Maria Grazia Schiavo sfoggiava dei monili stellati, e il suo trono era sormontato da un grande disco solare. Ne La Bella Addormentata e le sue Sorelle, scrivendo delle "Sorelle liturgiche" della Bella che condividevano con Lei il motivo della Rinascita stagionale, cercai di riassumere questa allegoria...
« La nascita dell'astro solare non era celebrata solo nel giorno di Natale (quello che i Romani chiamavano Dies Solis Invicti, il fatidico Solstizio d'Inverno), ma nei mesi successivi a questa data era tutto un succedersi di festività e processioni sacre che, sotto il velo di allegorie mariane tollerate dalla Chiesa, serbavano tracce degli antichi riti di evocazione.
Un esempio lampante è Candelora, festa della Purificazione della Vergine, che cadeva il primo febbbraio e si festeggiava con processioni a lume di candela che rievocavano i riti celtici di Imbolc (2 febbraio). » [2]
La sovrapposizione tra l'avvento del nuovo Sole e le celebrazioni per la Vergine si capisce bene confrontando il vestito di Cenerentola con quello della Madonna nell'Iconografia mariana.
È il caso della Genealogia della Vergine o Albero di Jesse –padre del Re d'Israele Davide, di cui Cristo era l'ultimo discendente.
Il pittore gotico umbro Matteo da Gualdo dipinse la tavola nel 1496:
è conservata presso la Pinacoteca della Rocca Flea di Gualdo...
Sul vestito di Maria campeggiano ancora i diademi solari:
non è una semplice coincidenza!
Nel catalogo della mostra dei primi anni 2000 su Matteo da Gualdo e il Rinascimento 'eccentrico' [3], si accennava a questa precisa simbologia della Madre "solare"...
« Sulla sommità del tronco [...] si erge la Vergine, con la veste trapunta di stelle e raggi solari che creano come una "mandorla" di luce intorno al suo corpo sottile. » [3]
Stesso simbolismo in un'altra tavola con la Genealogia della Vergine del pittore tardogotico pisano Paolo Schiavo Battista di Gerio.
Il fondo nero serve a far splendere ancora più la coppia mistica...
Come Cenerentola nelle Favole, anche la Madonna porta sul Suo corpo il Sole.
Il Suo avvento è decisivo per la levata dell'Astro.
Lo mostrava bene una miniatura a tutta pagina dai Rothschild Canticles presente alla Yale University (Connecticut, USA).
Da notare la mezza luna su cui la Madonna è assisa:
il Sole è così grande che ne copre (quasi) tutto il vestito!
Un post correllato sul mito di Cenerentola ---
Alla base della rinascita dell'Anno c'è il culto di San Valentino: come Santo degli Amori all'inizio dell'Anno (15 febbraio), propiziava il Risveglio primaverile.
Saintyves ne parlava citando la festa francese della Regina dei lavatoi, una curiosa usanza francese d'inizio primavera, legata alla Rinascita primaverile e agli Amori di san Valentino:
I devoti di San Valentino e il corteo di Cenerentola.
Feste Mariane per propiziare la rinascita del Sole ---
Dalla Purificazione della Vergine (Candelora) all'Annunciazione di Maria, un post che avevo dedicato al tema delle feste pagane per la rinascita del Sole, dal primo febbraio all'equinozio di Primavera:
Da Imbolc all'Annunciazione di Maria:
le feste per la nuova nascita del Sole.
Il culto delle Fate nella tradizione umbra, e nel Santuario francesco della Verna ---
Quando si adoravano le Fate:
all'origine dei culti mariani...
Un libro sull'epifania Solare nelle fiabe italiane e francesi ---
Puoi visualizzarne un'anteprima qui oppure ordinarlo dalla pagina delle Edizioni Eleusi.
Nota alle immagini ---
Per vedere la sequenza di Cenerentola con i diademi solari, presente nello spettacolo di Roberto de Simone, fai un click qui.
Sarai reindirizzato al video caricato su YouTube.
Note al testo ---
[1] Cfr. Pierre Saintyves, Les Contes de Perrault et les récits parallèles, Paris, Nourry, 1923, pp. 122 e 124.
« [...] Lumière devant moi, / Obscurité derrière moi.
Ou encore:
Blancheur devant / Noirceur derrière. »
« [...] elle apparait resplendissante de beauté et vêtue de robes lumineuses. »
Il libro originale si può consultare su Google Libri.
[2] Cfr. La Bella Addormentata e le sue Sorelle. Da uno studio di Pierre Saintyves sul Culto delle Fate, a cura di Andrea Armati e Michela Pazzaglia, Eleusi, Perugia 2013, p. 23.
[3] Cfr. Pierluigi de Vecchi, Scheda in Matteo da Gualdo: Rinascimento eccentrico tra Umbria e Marche, Electa Editori Umbri Associati, Città di Castello, 2004, p. 95.
venerdì 4 dicembre 2020
Il serpente paredro della Dea Madre: i capitelli della chiesa di San Filippo Neri a Perugia.
Sui capitelli corinzi della facciata si notano dei medaglioni con il serpente scolpito a rilievo: cosa ci fanno 10 serpentelli all'ingresso di una chiesa?
Quello filippino, prima di tutto, è un culto mariano:
grazie all'intercessione della Vergine, Filippo riesce a neutralizzare gli attacchi del diavolo.
Specie quando Egli assume la forma di un serpente, come apprendiamo dalla Vita di san Filippo Neri fiorentino (1646), leggiucchiando a pagina 143...
« Finalmente ricorrendo l'astuto serpente all'ultimo rimedio della disperazione, gli apparve visibilmente: e ponendosegli davanti agli occhi con aspetto terribile, e fiero l'impaurì in tal guisa che si cangiò tutto nel viso e con gli occhi spaventati guardando hor qua, hor là, non trovava per la paura luogo, né riposo alcuno. » [1]
Questo racconto agiografico è la fotocopia di un mito pagano.
Quale? San Filippo sconfigge il serpente e ne ostenta l'effigie sulla facciata del Suo tempio, come fosse un trofeo:
così aveva già fatto, nel mito greco, Apollo con il serpente Pitone annettendosi l'Oracolo della Pizia.
Gli Inni Omerici esaltavano l'impresa del dio, che da allora fu detto Apollo Pizio...
conserva l'appellativo di Pizio, perché lì
la forza di Elios ardente fece imputridire il mostro. » [2]
Luigi Ademolo, in una deliziosa incisione ottocentesca, raffigurava Apollo nell'atto di uccidere il (terribile!) mostro...
Il serpente era il guardiano dell'Oracolo pitico della Dea:
gli Elleni che professavano il culto di Apollo lo demonizzarono, abbattendo un presidio del potere Matriarcale.
Robert Graves spiega tutta la dinamica:
« Pare che certi Elleni del Nord [...] invadessero la Grecia centrale e il Peloponneso, dove la loro avanzata fu ostacolata dai pre-Ellenici seguaci della Madre Terra: ma gli Elleni li sconfissero e occuparono i loro principali templi oracolari.
[...] Per placare l'opinione pubblica a Delfi furono istituiti solenni giochi funebri in onore del morto eroe Pitone e la loro sacerdotessa venne mantenuta in carica. » [3]
Anche nel mondo italico, il serpente era strettamente legato ai culti femminili: la dea romana Igea era solo l'ultima ad ostentarlo.
Nella devozione popolare, l'immagine di una donna Nutrice che sfamava i serpenti persistette nel MedioEvo:
vedi il caso di santa Verdiana da Castelfiorentino.
I predicatori dell'Oratorio di San Filippo Neri furono gli ultimi a sfruttare l'associazione della Dea al mostro serpentino:
basta varcare la soglia della chiesa perugina 'dei serpenti', e rivolgersi verso l'altare maggiore...
Qui vediamo una Madonna assisa sulla mezza Luna e su un drago, Suo attributo di potere.
Come Apollo nel mito antico, anche san Filippo si è appropriato del serpente: antico emblema della Dea.
➔ Identità femminile del Serpente:
La dea Serpente e il prepuzio delle Sacerdotesse. Tabù del sesso e potere Matriarcale.
◉ La lotta tra Marduk e la dea Serpente Tiamat ---
L'associazione tra donna e serpente è antichissima.
Il mondo greco aveva ripreso questa idea del Serpente, paredro della Dea Madre, dalla mitologia sumera.
Anche qui il suo abbattimento era opera di un dio maschile:
Robert Graves interpretava tutta la storia come l'affermazione del potere patriarcale sul culto matrifocale serpentino:
« Le tavolette che illustrano l'epopea di Gilgamesh risalgono a epoca più tarda e hanno un significato equivoco: alla "splendida madre dell'abisso", si attribuisce il merito di aver creato ogni cosa ("Aruru" è uno dei molti appellativi della dea) e il tema principale dell'epopea è la ribellione degli dèi del nuovo ordine patriarcale contro l'ordine matriarcale.
Marduk, il dio della città di Babilonia, riesce a sconfiggere la dea che lo affronta sotto la forma del serpente marino Tiamat.
Marduk annuncia poi spavaldamente che egli e nessun altro ha creato le erbe, le terre, i fiumi, gli animali, e il genere umano. »
Cfr. Graves, I Miti greci, Longanesi, Milano 1999, p. 28 [4,5].
Nota: la lotta tra Marduk e il serpente Tiamat è narrata nel poema babilonese della Creazione Enūma Eliš:
Alberto Elli al seguente link fornisce una preziosa traduzione alle tavolette in cuneiforme.
◉ Il Medioevo fece proprio un motivo dominante del mondo antico:
l'associazione tra la donna e il Serpente, come in queste miniature realizzate da Robinet Testard per un Libro d'Ore (1480-1496) dalla Bnf di Parigi [Latin 1173].
Nella prima miniatura [3r], qui sopra, il serpentello-draghetto si aggrappa al corpo della donna, mordendola all'altezza del seno.
Nella seconda miniatura [folio 5 recto] il corpo del serpente, attorcigliandosi, forma con la donna la lettera maiuscola R ...
◉ Sul potere primitivo della Madre, e la conquista violenta dei sacerdoti di Apollo, vedi:
Signora della Luce? Apollo: il Sorcio distruttore.
◉ Tre post sulla lotta tra i predicatori umbri e il Drago ---
I santi umbri sono fieri combattenti contro il drago pagano:
le loro gesta si trovano scolpite, in particolare, su due portali romanici:
_Il vescovo e il drago: una battaglia per immagini alla chiesa di San Giovanni Profiamma.
_Boschi sacri: l'ascia di san Felice all'abbazia di Sant'Anatolia di Narco.
_Il drago a difesa della Madre: la falsificazione di un mito pagano.
Note alle immagini ---
_Le miniature qui sopra provengono dal Libro d'Ore "ad usum Parisiensem", chiamato anche Heures de Charles d'Angoulême: per visualizzare la pagina, fai click qui.
_ Apollo che uccide il serpente Pitone è un'incisione di metà '800 del pittore milanese Luigi Ademolo.
Per tutti i riferimenti, leggi qui.
_ La Madonna in ascensione sul drago, è opera del pittore Pietro da Cortona del 1662.
Si trova citata, con tanto di resoconto sulla sua committenza, in Perugia. Guide Electa Umbria, a cura di Massimo Montella, Electa Editori Umbri Associati, 1993, p. 149:
« A dì 9 luglio [1662] arrivò il quadro dell'Altar Maggiore, tanto desiderato, fatto dall'insigne pittore Pietro da Cortona e dalla molta benignità del Marchese Capponi.
Gli furono pagati 350 scudi [...]. »
Note al testo ---
[1] Cfr. Vita di S. Filippo Neri fiorentino fondatore della Congregazione dell'Oratorio scritta dal p. Pietro Giacomo Bacci, in Roma, MDCXLVI.
[2] Cfr. Inni Omerici, a cura di Giuseppe Zanetto, Rizzoli BUR, Milano 1996, p. 119, vv. 372-374.
Apollodoro fornisce dello stesso mito una versione meno poetica:
« Poiché il guardiano dell'oracolo, il serpente Pitone, gli impediva di avvicinarsi alla fenditura, egli lo uccide e s'impadronisce dell'oracolo. »
Cfr. Apollodoro, Biblioteca, Libro Primo, 22.
[3] Cfr. Robert Graves, I Miti greci, traduzione di Elisa Morpurgo, Longanesi 1983, p. 70 [nota 3].
Un libro e un post correlato sul Culto dei Serpenti ---
Ho citato i capitelli della chiesa perugina di San Filippo Neri nel libricino Serpenti Sacri: la Nutrice. Dalla dea Minoica a Santa Verdiana, Perugia 2019, alle pp. 82-83.
Per un confronto tra il culto pagano reso ai serpenti e la devozione per i serpenti di Santa Verdiana, vedi il relativo post:
Serpenti Sacri: la Nutrice. Dalla dea Minoica a santa Verdiana.
venerdì 23 ottobre 2020
Osiride e San Giusto: i due Annegati che regnavano sui Morti.
In un numero della rivista di Papirologia Aegyptus [1] del lontano 1940, si elencavano le chiese presenti ad Ossirinco tra cui un tempio intitolato a san Giusto.
Cosa mai ci faceva a sud dell'Egitto una chiesa intitolata ad un santo triestino?
San Giusto era stato legato ad una pietra dai soldati romani, e annegato nel 303 a.C. ai primi di novembre [vedi sopra e sotto].
Ma nell'Ottocento il suo martirio, a Trieste, veniva commemorato il 2 novembre, al posto della festa dei Morti.
Un giornale Istriano narra come la festa tradizionale dei Morti slittasse al giorno successivo (!), per lasciare il posto a San Giusto...
« [...] la chiesa tergestina invece trasferendo al dì terzo la commemorazione dei defunti celebra nel dì secondo il martirio di San Giusto, suo principale protettore, ed è festa di precetto in tutto il territorio di Trieste. » [2]
Ma san Giusto era davvero un santo triestino?
Padre Ireneo della Croce, nel suo trattato seicentesco Historia di Trieste, se la prendeva con tutti quelli che osassero metterlo in dubbio!
« Non capisco sopra qual fondamento appoggiato voglia levarci Gio. Candido seguito da Henrico Palladio contro l’opinione di tutti, e dell’antica e sempre continuata tradizione della Nostra Città di Trieste il suo primo protettore e Cittadino » [3]
I martirologi antichi, raccolti e pubblicati dal padre Delehaye negli Acta Sanctorum [sotto, il frontespizio del volume dedicato al mese di novembre], volevano Giusto martirizzato proprio in Africa.
« Dies secunda novembris de SS. Publio, Victore, Hermete, Papia, Justo, Vitali
Anche lo storico francese della Chiesa Victor Saxer lo notava, senza tanti giri di parole...
« In principio le fonti martiriologiche ci mettono in imbarazzo per l’abbondanza e la moltiplicazione delle loro notizie e per le loro strane informazioni su un S. Giusto africano. » [5]
Lo studioso sloveno Samo Pahor ipotizzava che il culto di San Giusto fosse stato importato dai soldati bizantini, a partire dal porto di Alessandria d'Egitto nel IV secolo...
« Due delle sue chiese istriane, quella di Trieste e quella di Galežan (Gallesano), furono costruite nell’epoca dell’occupazione bizantina, e quindi l’ipotesi che si tratti di un santo il cui culto fu importato dalle truppe bizantine, appare abbastanza reale. » [6]
Pahor nella sua tesi si riferiva ad un curioso Calendario d'Ossirinco: articolo sempre a firma del padre Delehaye, edito a Bruxelles nel 1924 negli Analecta Bollandiana...
Al 14 del mese copto di Hathor figurava appunto il nome di Giusto:
- « eis tòn...
agion Iouston »
Torniamo alla domanda iniziale: perché Giusto si venerava proprio ad Ossirinco?
Nell'Antico Egitto, Ossirinco era famosa perché lì si adorava il dio dei Morti Osiride, il cui pene smembrato dal corpo era stato mangiato dall'omonimo pesce Ossirinco.
Lo storico e sacerdote Plutarco narrava l'episodio, e spiegava come gli Egiziani avessero il terrore di quel pesce...
« L’unica parte del corpo di Osiride che Iside non riuscì a trovare fu il membro virile, perché era stato gettato per primo nel fiume, e lì l’avevano mangiato il lepidoto, il fagro e l’ossirinco, proprio quei pesci, cioè, tanto aborriti dagli Egiziani. » [7]
Alphonse Tremeau de Rochebrune in un manuale di flora e fauna africana, Toxicologie africaine (Paris, 1896-1899), mostrava nelle illustrazioni non solo il famigerato pesce di Ossirinco, ma anche gli antichi amuleti portafortuna con il pesce che gli scavi in Egitto avevano riportato alla luce...
San Giusto come era finito dalle coste egiziane fino a Trieste?
L'Ellenismo aveva associato Osiride, dio egizio dei Morti, al dio greco del vino Dioniso.
Secondo il filosofo greco Eraclito, Dioniso infatti era una cosa sola con Ade, dio greco dell'Oltretomba: per le Baccanti, non c'era differenza alcuna tra le due divinità:
« Ma lo stesso dio è Hades e Dioniso, per cui infuriano e baccheggiano. » [8]
Non è certo un caso che Ade -dio del sottosuolo- si veda raffigurato a fianco di Persefone (la figlia della dea della terra Demetra), in un vaso a figure rosse (360-340 a-.C.) al Museo Archeologico di Napoli, e che Lei regga un vaso con i frutti della terra.
Da notare lo scettro di Ade: è lo stesso tirso triforcato che impugna Dioniso [vedi sotto].
L'uva macerata durante la vendemmia rinasceva nel vino, come già spiegava Merkelbach ne I misteri di Dioniso:
« Sotto il torchio della spremitura l’uva muore, ma rinasce nel vino. Il liknon, il vaglio per i cereali, è il simbolo del pane ricavato dal grano e del grano da seme che l’anno successivo porterà nuovi frutti » [9]
Come era raffigurato Dioniso, Re dell'uva e dei Morti?
Reggeva un bastone a due anse: il tirso.
Anche detto: ramo bacchico.
Lo si vede dipinto, per esempio, in uno stamnos (vaso per libagioni, 340 a.C. circa) dal Museo Archeologico di Matera...
Anche le Menadi e i satiri, che celebravano Dioniso, reggevano lo stesso bastone a due anse: lo si vede dipinto, per esempio, in un cratere a campana (340-320 a.C) dal Museum of Fine Arts di Boston...
Nell'iconografia medievale, questo bastone si trasformerà in un'arma militare: è l'alabarda che regge San Giusto.
Il tirso, privo ormai dei riferimenti orgiastici, è diventato l'emblema della città giuliana, e tale campeggia su due pilastri a Trieste in Piazza Unità...
➔ Mito della 'resurrezione' vegetale ---
Il dio Verde: da Osiride a Cristo. Il mito (agricolo) della Rinascita.
➔ Origini del sacrificio Eucaristico ---
Orge Sacre:
il vino di Bacco e il sangue di Osiride.
➔ Post sul potere di convocare i Morti ---
Non rompere lo specchio: i Morti che proteggono dai dèmoni.
Vivo o morto? Cristo e gli dèi mutanti dell'antichità.
Note alle immagini ---
_In apertura, pittura vascolare con Dioniso che regge il Tirso come scettro dal Museo Archeologico di Metaponto (datata al V secolo a.C.).
_ Gallica, il sito per la consultazione digitale dei manoscritti e dei testi a stampa della Bnf, consente di visionare anche la Toxicologie africaine.
Le immagini qui citate sono presenti alle pp. 453-454 dell'Opera.
Note al testo ---
[1] Cfr. Luciana Antonini, Le chiese cristiane nell'Egitto dal IV al IX secolo secondo i documenti dei papiri greci in Aegyptus - rivista italiana di Egittologia e Papirologia, Tipografia Vaticana S. Giuseppe, Milano, 1940, p. 176.
[2] Cfr. L’Istria, Anno II, Sabato 13 Novembre 1847, n. 71-72, p. 290.
[3] Cfr. Ireneo della Croce, Historia di Trieste, Libro V, Cap. IX, in Venetia, 1648, p. 430.
[4] Cfr. Acta Sanctorum –Novembris. COLLECTA DIGESTA, ab Hippolyto Delehaye, Paulo Peeters et Mauritio Coens, Tomus I, Pariis, MDCCCLXXXVII, p. 421.
[5] Cfr. Victor Saxer, L’Istria e i santi istriani Servolo, Giusto e Mauro in Atti e Memorie, Centenario della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste, 1984, p. 61.
[6] Cfr. Samo Pahor, L’ordinamento territoriale del Vescovato di Trieste, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1962-1963, p. 137.
[7] Cfr. Plutarco, Iside e Osiride, traduzione e note di Marina Cavalli, Adelphi, Milano, 2009, p. 78.
[8] Cfr. La sapienza greca, III, Eraclito, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano, 1996, [A 60], p. 67.
[9] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso, ECIG, Genova, 2003, p. 139.
giovedì 3 settembre 2020
Orge Sacre:
il vino di Bacco e il sangue di Osiride.
La festa dei Morti (2 novembre) coincide con la fine del calendario agricolo, e la 'morte' della terra che non dava più frutti.
In campagna, i momenti culminanti del ciclo erano la trebbiatura e la vendemmia: quando il grano raccolto si trasformava in pane e l'uva in vino.
Gli antichi credevano che gli dèi risiedessero nei frutti della terra.
Mangiare il pane, per molti, era come mangiare la dea Cerere.
Bere il vino come bere Bacco, o il suo omologo Libero.
Cicerone nel De Natura deorum guardava con orrore a queste credenze superstiziose, che implicavano la Teofagia:
« Quando diciamo che le messi sono Cerere, il vino Libero, ci serviamo di un modo di dire usuale, ma pensi che esista qualcuno così pazzo da credere che il cibo di cui si nutre sia Dio? » [1]
[Liber III, 41]
I teologi cristiani, assecondando l'immaginario del volgo, s'inventarono il mistero della Transustanziazione: sull'altare, il pane spezzato diventava il corpo di Cristo.
Il vino versato, il Suo sangue.
Nel mondo antico, il grano per i Romani era la dea Cerere (in latino, Ceres –da cui la birra che porta il suo nome!).
Ne L'Asino d'Oro di Apuleio, Libro Sesto, Psiche avanza nel Tempio di Cerere pieno di spighe e attrezzi agricoli, lasciati alla rinfusa dai suoi devoti: i contadini.
« [...] ogni opera da metitore era per terra confusa si come sogliono ne lo extremo caldo gittarsi da li affaticati lavoratori »
Ecco una bella xilografia dall'edizione veneziana del 1519...
Cerere era la dea della terra che dispensava i « cerealia dona », citati da Silio Italico nel poema Punica:
« da uomo puro non imbrattò di sangue la mensa, ma vi portò i doni di Cerere. » [2]
Il vino invece era Bacco per i Romani, Dioniso per i greci.
Dioniso, come la terra in primavera, dispensava frutti: i grappoli d'uva. E aveva il potere di risorgere dalla sua Morte.
I Titani lo avevano fatto a pezzi quando era ancora piccolo, e la dea Rea, sua nonna, gli aveva infuso di nuovo la vita.
Robert Graves ci racconta il mito...
« Per ordine di Era i Titani si impadronirono di Dioniso figlio di Zeus, un bimbo cornuto e anguicrinito, e benché egli si trasformasse di continuo, lo fecero a brani.
Poi ne bollirono i resti in un calderone, mentre un albero di melograno sorgeva dal suolo inzuppato del suo sangue.
Ma la nonna Rea accorse in suo aiuto e gli ridonò la vita. » [3]
Il grano (Demetra/Cerere) era legato al vino (Dioniso/Bacco) già molti secoli prima del rito della messa.
Il dio del vino era spesso associato al cantore Orfeo, sbranato dalle Menadi sacerdotesse di Dioniso, per non averne accettato il culto.
Merkelbach lo spiega bene ne I misteri di Dioniso...
« Orfeo era considerato fondatore dei misteri dionisiaci e Dioniso era il dio più importante nella religione Orfica.
[...] Quando un seguace di Dioniso cominciava ad aprirsi alla riflessione e alla speculazione, si orientava verso il pensiero orfico. » [4]
La testa di Orfeo, staccata dal corpo, continuava incessantemente a cantare: per gli antichi, era la vita oltre la morte del dio.
Il supplizio del cantore Orfeo era analogo a quello di Dioniso: gli antichi avevano associato i due sacrifici.
Un bassorilievo dal Museo di Antichità di Berlino assimilava le due divinità, sotto la dicitura:
Sopra la croce, a cui è appeso Orfeo, sono la mezzaluna e le sette stelle [le Pleiadi, nella Costellazione del Toro] : un riferimento velato al culto di Osiride come epifania del toro Apis.
L'Ellenismo -per questa morte, e per la Sua crescita prodigiosa- aveva infatti associato Dioniso al dio egizio Osiride.
Osiride aveva il potere di far crescere il grano dalle mummie, tanto che tra i cultori di Egitto si parla di "Osiride vegetante", la cui mummia era fertile come se venisse innaffiata!
Ecco un disegno tratto da Edward Alfred Budge Wallis, Osiris and the Egyptian resurrection (London 1911), opera che si può consultare nella biblioteca americana on-line Archive.org.
Lo schizzo, ripreso da una pittura parietale, illustra il mito funerario di Osiride...
Dalla mummia di Osiride, innaffiata, sorgono 28 spighe di grano così come 28 giorni la Luna impiega nel suo moto di rivoluzione intorno alla Terra.
Il Cristianesimo, prodotto più tardo dell'Ellenismo, associando la Madonna ad una serie di santi locali, riprodusse l'antica coppia della fertilità che a Roma era Cerere-Libero [poi Bacco].
In Grecia, Demetra-Dioniso.
In Egitto, Iside-Osiride.
Il culto di Osiride, e del suo equivalente greco Dioniso, era radicato nelle città costiere del Mediterraneo settentrionale che intrattenevano forti scambi commerciali con il nord-Africa.
Trieste è un caso tipico:
san Giusto guerriero che regge l'alabarda è l'evoluzione cultuale di Dioniso che regge il tirso. Lo vediamo, confrontando una pittura vascolare (340-320 a.C.) dal Museo di Boston con un quadro (1540) del pittore Benedetto Carpaccio dalla Cattedrale di Trieste...
Il dio, come poi il Santo, doveva versare sangue:
grazie al Suo sacrificio, ci sarebbe stato vino nei calici.
Il culto 'agricolo' di San Giusto, connesso a Dioniso e ad Osiride, è l'oggetto insolito delle mie ultime ricerche.
Se siete incuriositi dal tema, non vi resta che dare un'occhiata più approfondita al libro...
➔ Dèi mutati in alimento e il dogma della Transustanziazione ---
Sciamani e sacrificio: sangue di foca, violenza rituale e corpo di Cristo.
Cristo 'infornato': mangiare gli Dèi.
➔ Mito della 'resurrezione' vegetale ---
Il dio Verde: da Osiride a Cristo. Il mito (agricolo) della Rinascita.
➔ Culto dei Morti e mito di san Giusto ---
Osiride e San Giusto: i due Annegati che regnavano sui Morti.
Note alle immagini ---
_L'immagine in apertura è una colossale Crocifissione dello scultore sloveno Jožef Pavlin, e si trova nella Cappella del Vescovato di Trieste (1913).
Da notare è il nimbo che incornicia il Salvatore, composto da spighe di grano e grappoli d'uva.
Cfr. Gino Pavan, La cappella dell'Episcopio a Trieste di Ivan Vurnik, Rotary Club Trieste, 2016.
_L'Apulegio Volgare del 1519 si può consultare integralmente con le sue belle xilografie su Google Libri.
_Ho tratto l'immagine, stilizzata, dell'Orfeo Crocifisso dal blog EreticaMente, che invito a consultare perché spiega come la datazione della Crocifissione sia (molto) più arcaica di quanto sostenuto da fonti cristiane.
Note al testo ---
[1] Cfr. Cicerone, La Natura divina, traduzione di Cesare Marco Calcante, Rizzoli, Milano 1992, p. 337.
[2] « tum lacte favisque / distinxit dulcis epulas nulloque cruore / polluta castus mensa cerealia dona attulit . »
Cfr. Silius Italicus, Punicorum Liber VII, vv. 181-183.
L'Opera è consultabile su Archive.org.
[3] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, traduzione di Elisa Morpurgo, Longanesi 1983, p. 91.
[4] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso : il dionisismo in età imperiale romana e il romanzo pastorale di Longo, ECIG, Genova 2003, pp. 147-148.
[5] La gemma sparì dal Museo nel 1945, al crollo del regime nazista: preda di un furto su commissione?
Le foto, in bianco e nero, ci consentono di ricostruire il prezioso manufatto:
« La croce, alla cui base si addossano due forti caviglie, è sormontata da un crescente di luna.
In alto sette stelle sono disposte a semicerchio.
[...] È notevole che il crocifisso sia raffigurato, a partire dal II secolo, su alcune gemme, le più antiche delle quali sono probabilmente gnostiche, quando in altri rami dell'arte cristiana esso appare soltanto nel V secolo. »
Cfr. Jean Rivière, Amuleti Talismani e Pantacoli, traduzione di Donatella Rossi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1984, p. 135.
Il libro è visionabile, parzialmente, su Google Libri.
lunedì 20 luglio 2020
L'uovo sacro: la Madre senza padre.
La Madonna era davvero una 'Vergine'?
Il Cristianesimo riprese la struttura dei suoi miti dal mondo greco-romano: in esso, le 'sante-vergini' (in greco, le parthenoi) non erano affatto tali!
Margherite Rigoglioso lo spiega assai bene nel suo saggio...
« La definizione di parthenos come “vergine” si rivela problematica anche perché questo termine rimanda spesso a una donna che aveva avuto dei figli, come indicato dal derivato parthenios (o partheneias; pl. partheniai) che significa “figlio/a di una parthenios” [1]. »
Cos'era allora la Partenope?
Semplice: una Dea capace di generare senza il seme maschile.
L'uomo poteva soddisfare il piacere della Madre: niente più!
Nell'Introduzione ai Miti Greci, Robert Graves spiegava...
« La dea si sceglieva degli amanti per soddisfare il suo piacere e non per dare un padre ai propri figli.
Quando il rapporto tra il coito e la gravidanza fu ufficialmente stabilito […] la posizione dell’uomo migliorò sensibilmente e il merito di fecondare le donne non fu più attribuito ai fiumi e ai venti [2]. »
Già, perché in origine era la donna a detenere il vincolo coniugale: tanto è vero che l'istituzione del Matrimonio da Lei ereditò etimologicamente il nome.
Lo spiegava Bachofen nel suo monumentale studio sul Matriarcato:
« Si diceva matrimonium e non patrimonium, così come, dapprima, si parlò soltanto di una materfamilias.
Paterfamilias è senza dubbio un’espressione più tarda.
In Plauto si trova spesso materfamilias, ma neppure una volta paterfamilias [3]. »
Lo studio dell'etimologia delle parole ci fa capire l'evoluzione storica della nostra società:
_il patrimonio (detenuto dall'uomo, cioè dal Pater) è un'Istituzione creata dalla società patriarcale, in contrapposizione al Matrimonio (dominio invece della Mater).
Il centro irradiatore della Madre è l'Uovo, Suo attributo fin dal mondo antico...
« [...] a tutte le donne lunari è attribuita la nascita dall'uovo, espressione della loro maternità materiale [3]. »
Dioniso [e il suo doppio Orfeo] erano così legati alle donne, da avere l'Uovo come attributo:
« I Misteri di Dioniso hanno il loro centro nell'immagine dell'uovo, che simboleggiava il grembo materno fecondo [3]. »
« L'uovo rappresenta il principio materno della natura, da cui tutto ha origine ed in cui tutto ritorna [3]. »
« La sovranità del principio materno è talmente netta che le feste dionisiache vengono associate soltanto al sacro silenzio della Madre Notte [...]
e gli unici simboli rituali adeguati sono l'uovo, da essa scaturito, e il lato sinistro [3]. »
La Madonna riprese dalle grandi Madri dell'antichità i loro tre attributi: *l'uovo, *l'oscurità, la parte *sinistra.
Questo discorso è lampante se si studia un dipinto di Piero della Francesca, conservato alla Pinacoteca di Brera:
la Madonna dell'uovo (1472).
I tre elementi sono presenti in un modo che più esplicito non si può: l'Uovo di struzzo (simbolo della Maternità) pende da una Conchiglia, sopra il capo della 'Vergine'.
Attenti ai dettagli!
Dove il pittore proietta l'ombra che fa da sfondo all'uovo?
A sinistra: non è casuale.
Bachofen lo spiegava in un modo che più chiaro non si può:
« Alla notte è attribuita la parte sinistra, che costituisce un'altra espressione del principio materno, al pari di skòtos (tenebra, oscurità) . »
« La parte sinistra è quella femminile, mentre la destra è quella maschile.
[...] il principio passivo e succube, che si attribuisce alla donna, viene rappresentato dalla mano sinistra, adatta più a trattenere che a eseguire [3]. »
La parte sinistra è l'oscuro dominio della Dea:
un significato 'nascosto' -eppure così evidente!- nel dipinto di Piero...
◉ Post sul culto Matriarcale primitivo ---
Dioniso era una donna? La morte rituale del Re.
Miele divino: dalla Madonna delle Api alla dea Cibele, detta l'«Ape Regina».
Nota alle immagini ---
Il tempio di Diana e le processioni al Sacro Buco:
indizi alla chiesa di Santa Maria di Pietra Rossa.
Tra gli affreschi del Santuario di Pietra Rossa, è da notarne uno in particolare: la Vergine che porge al Bambino l'Uovo (o forse, la Sfera?), simbolo del Suo potere.
L'uovo è un simbolo del potere mariano molto caro ai teologi:
« Come la conchiglia -così credevano i naturalisti antichi e così scrive Efrem il Siro- produce la perla senza bisogno della fecondazione maschile, allo stesso modo, incarnationis causa, è avvenuto il concepimento verginale. »
« L'altro motivo teologico dominante riguarda il parto virginale e il concepimento per virtù dello Spirito Santo, simboleggiati, l'uno e l'altro, dall'ovum struthionis: l'uovo di struzzo dei mistici medioevali, il quale (per il fatto che lo si riteneva fecondato dai raggi del sole) veniva utilizzato come figura dell'Immacolata Concezione di Cristo. »
Cfr. Alberto Paolucci, Piero della Francesca: la Pala di Brera, Milano, 2003, pp. 24 e 26.
Note al testo ---
[1] Cfr. Marguerite Rigoglioso, Partenogenesi: il culto della nascita divina nell'antica Grecia, Psiche2, Torino 2012, p. 71.
[2] Cfr. Robert Graves, Introduzione a I Miti Greci, Longanesi & C., Milano 1999, pp. 5-6.
vol. II, pp. 574, 602 e 826.
venerdì 19 giugno 2020
La nave di Dioniso e i sigilli di Parigi.
Studiando l'emblema di Trieste, quella strana 'alabarda' riportata anche nel frontespizio della Perigrafia dei nomi imposti (1808), si fanno delle curiose associazioni...
Si tratta di un segno molto antico, ben più antico delle comuni alabarde medievali a cui di solito viene associato.
Le Baccanti che cacciavano il toro, assieme ai satiri dalla coda caprina, impugnavano un bastone triforcato molto simile:
il tirso, emblema di Dioniso.
Il bastone del corteo bacchico lo si vede bene in questo cratere a campana dal Museo Archeologico di Bologna...
Il bastone di Bacco/Dioniso era il simbolo della crescita prodigiosa che garantiva il dio.
Vasi del genere sono rintracciabili anche sul Mercato Antiquario:
è il caso di questa Menade che impugna il tirso, una ceramica Apula del IV secolo a.C. ...
Strano a dirsi: Gilles Corrozet, libraio francese del '500, nel suo libro La fleur des Antiquités (Paris 1532) consultabile anche su Google Libri, parlava di un tempio antico consacrato alla dea Iside a Parigi: un tempio la cui statua lui stesso aveva visto dal vivo...
« Alcuni dicono che là dove si trova Saint-Germain-des-Prés vi era un tempio dedicato alla superstizione dell'idolo o dea Iside [...] la statua della quale è stata veduta al tempo nostro, e ne conservo il ricordo » [1]
Corrozet spiegava perfino il nome Paris come un costrutto latino:
« para-Is(is) », cioè presso Iside...
« Quel luogo era chiamato tempio di Iside, e poiché la città era vicina ad esso fu chiamata Parisis (quasi juxta Isis), presso il tempio di Iside » [1]
Cosa mai ci faceva, a Parigi, un tempio di Iside?
Anatole de Coëtlogon nel libro Les armoiries de la ville de Paris [2] riportava due emblemi parigini assai curiosi, risalenti al 1406 e al 1415.
Sulla vela di un veliero era impresso quel segno -poi noto come giglio di Francia- così simile all'antico tirso di Dioniso...
Un veliero come simbolo di Parigi?
La cosa può sembrarci strana.
Una lettera patente di Napoleone (da notare le tre Api, suo emblema) datata 29 gennaio 1811, presentava lo stesso simbolo (qui sotto, digitalizzato) di Parigi:
un Veliero con la dea Iside (a sinistra), assisa sulla prua della nave...
Giovanni Boccaccio nel suo trattato sulle donne famose dell'antichità, De claris mulieribus, narrava la strenua ricerca dell'amato Osiride da parte della dea Iside su una nave.
I miniatori medievali immaginarono la Dea Iside come una Madonna a bordo di una barca...
Nel mondo greco-romano, la sacra barca della dea Iside era consacrata a Dioniso con il suo emblema: il bastone fiorito.
L'albero della nave fioriva in tanti grappoli d'uva, come ci racconta l'Inno Omerico a Dioniso, e ci mostra una famosa coppa da Vulci:
« Poi dall'alto della vela germogliò una vite,
da entrambi i lati, e penzolavano giù molti
grappoli; attorno all'albero si avvolgeva un'edera scura,
densa di fiori, e vi crescevano amabili frutti » [3]
Negli emblemi di Parigi rimane una traccia preziosa di questo mito della fertilità:
la vela della barca con il 'giglio' di Francia o tirso è l'ultima traccia dell'albero fiorito sulla nave di Dioniso.
Note alle immagini ---
_Il vaso [sopra] con il mito dell'albero fiorito sulla barca, proviene dall'Antikensammlungen di Monaco [545-530 a.C.] :
a questo vaso è dedicata una pagina su Wikipedia.
_La miniatura con Iside sul vascello è tratta da Giovanni Boccaccio, De Claris mulieribus.
Il manoscritto (1403) è presente, integralmente scansionato, nel sito della Bnf [ms. fr. 239].
Note al testo ---
[1] Lo storico dell'arte lituano Jurgis Baltrusaitis citava tutta la leggenda in "Le Isidi di Gilles Corrozet" ne La ricerca di Iside: saggio sulla leggenda di un mito, Adelphi, Milano 1985.
I passi qui citati sono a pp. 60-61.
Baltrusaitis citava anche una nota di Jean Miélot, segretario di Filippo il Buono, in cui si ricordava che il nome di Parigi derivasse dal culto di Iside:
« Io [sacerdotessa cornuta, con le sembianze di una vacca] fu chiamata altresì Iside, da cui venne il nome Parigi o Parisius, da para, vale a dire "presso", e da Iside, cosicché Parigi è una città sita "presso Iside", ossia presso Saint-Germain-des-Prés dove il suo idolo era un tempo e ancora vi si vede oggigiorno. »
[2] Il libro di Anatole de Coëtlogon, Les armoiries de la ville de Paris (1874-1875), si può consultare integralmente su Gallica.
Contiene bellissimi stemmi antichi, anche a colori.
Riporto qui sotto uno degli emblemi di Parigi con veliero...
[3] Cfr. Inno a Dioniso (vv. 35-41) in Inni Omerici, Rizzoli Bur, Milano 1996, p. 185.
Post correlato ---
Per capire il culto isiaco, radicato anche nelle città a nord del Mediterraneo, vedi il post precedente:
La Madonna del Mare e la barca di Iside.



























































