venerdì 23 ottobre 2020

Osiride e San Giusto: i due Annegati che regnavano sui Morti.



In un numero della rivista di Papirologia Aegyptus [1] del lontano 1940, si elencavano le chiese presenti ad Ossirinco tra cui un tempio intitolato a san Giusto.

Cosa mai ci faceva a sud dell'Egitto una chiesa intitolata ad un santo triestino?


San Giusto era stato legato ad una pietra dai soldati romani, e annegato nel 303 a.C. ai primi di novembre [vedi sopra e sotto].
Ma nell'Ottocento il suo martirio, a Trieste, veniva commemorato il 2 novembre, al posto della festa dei Morti.



Un giornale Istriano narra come la festa tradizionale dei Morti slittasse al giorno successivo (!), per lasciare il posto a San Giusto...

« [...] la chiesa tergestina invece trasferendo al dì terzo la commemorazione dei defunti celebra nel dì secondo il martirio di San Giusto, suo principale protettore, ed è festa di precetto in tutto il territorio di Trieste. » [2]

Ma san Giusto era davvero un santo triestino?

Padre Ireneo della Croce, nel suo trattato seicentesco Historia di Trieste, se la prendeva con tutti quelli che osassero metterlo in dubbio!

« Non capisco sopra qual fondamento appoggiato voglia levarci Gio. Candido seguito da Henrico Palladio contro l’opinione di tutti, e dell’antica e sempre continuata tradizione della Nostra Città di Trieste il suo primo protettore e Cittadino » [3]

I martirologi antichi, raccolti e pubblicati dal padre Delehaye negli Acta Sanctorum [sotto, il frontespizio del volume dedicato al mese di novembre], volevano Giusto martirizzato proprio in Africa.

« Dies secunda novembris de SS. Publio, Victore, Hermete, Papia, Justo, Vitali
Martyribus in Africa » [4]


Anche lo storico francese della Chiesa Victor Saxer lo notava, senza tanti giri di parole...

« In principio le fonti martiriologiche ci mettono in imbarazzo per l’abbondanza e la moltiplicazione delle loro notizie e per le loro strane informazioni su un S. Giusto africano. » [5]

Lo studioso sloveno Samo Pahor ipotizzava che il culto di San Giusto fosse stato importato dai soldati bizantini, a partire dal porto di Alessandria d'Egitto nel IV secolo...

« Due delle sue chiese istriane, quella di Trieste e quella di Galežan (Gallesano), furono costruite nell’epoca dell’occupazione bizantina, e quindi l’ipotesi che si tratti di un santo il cui culto fu importato dalle truppe bizantine, appare abbastanza reale. » [6]

Pahor nella sua tesi si riferiva ad un curioso Calendario d'Ossirinco: articolo sempre a firma del padre Delehaye, edito a Bruxelles nel 1924 negli Analecta Bollandiana...


Al 14 del mese copto di Hathor figurava appunto il nome di Giusto:
    eis tòn...
      agion Iouston

Torniamo alla domanda iniziale: perché Giusto si venerava proprio ad Ossirinco?

Nell'Antico Egitto, Ossirinco era famosa perché lì si adorava il dio dei Morti Osiride, il cui pene smembrato dal corpo era stato mangiato dall'omonimo pesce Ossirinco.

Lo storico e sacerdote Plutarco narrava l'episodio e spiegava come gli Egiziani avessero il terrore di quel pesce...

« L’unica parte del corpo di Osiride che Iside non riuscì a trovare fu il membro virile, perché era stato gettato per primo nel fiume, e lì l’avevano mangiato il lepidoto, il fagro e l’ossirinco, proprio quei pesci, cioè, tanto aborriti dagli Egiziani. » [7]

Alphonse Tremeau de Rochebrune in un manuale di flora e fauna africana, Toxicologie africaine (Paris, 1896-1899), mostrava nelle illustrazioni non solo il famigerato pesce di Ossirinco, ma anche gli antichi amuleti portafortuna con il pesce che gli scavi in Egitto avevano riportato alla luce...



San Giusto come era finito dalle coste egiziane fino a Trieste?

L'Ellenismo aveva associato Osiride, dio egizio dei Morti, al dio greco del vino Dioniso.

Secondo il filosofo greco Eraclito, Dioniso infatti era una cosa sola con Ade, dio greco dell'Oltretomba: per le Baccanti, non c'era differenza alcuna tra le due divinità:

« Ma lo stesso dio è Hades e Dioniso, per cui infuriano e baccheggiano. » [8]

Non è certo un caso che Ade -dio del sottosuolo- si veda raffigurato a fianco di Persefone (la figlia della dea della terra Demetra), in un vaso a figure rosse (360-340 a-.C.) al Museo Archeologico di Napoli, e che Lei regga un vaso con i frutti della terra.

Da notare lo scettro di Ade: è lo stesso tirso triforcato che impugna Dioniso [vedi sotto].


Già per gli antichi, quindi, il vino era sinonimo di Morte; e poi di Resurrezione.
L'uva macerata durante la vendemmia rinasceva nel vino, come già spiegava Merkelbach ne I misteri di Dioniso:

« Sotto il torchio della spremitura l’uva muore, ma rinasce nel vino. Il liknon, il vaglio per i cereali, è il simbolo del pane ricavato dal grano e del grano da seme che l’anno successivo porterà nuovi frutti » [9]

Come era raffigurato Dioniso, Re dell'uva e dei Morti?

Reggeva un bastone a due anse: il tirso.
Anche detto: ramo bacchico.
Lo si vede dipinto, per esempio, in uno stamnos (vaso per libagioni, 340 a.C. circa) dal Museo Archeologico di Matera...


Anche le Menadi e i satiri, che celebravano Dioniso, reggevano lo stesso bastone a due anse: lo si vede dipinto, per esempio, in un cratere a campana (340-320 a.C) dal Museum of Fine Arts di Boston...


Nell'iconografia medievale, questo bastone si trasformerà in un'arma militare: è l'alabarda che regge San Giusto.

Il tirso, privo ormai dei riferimenti orgiastici, è diventato l'emblema della città giuliana, e tale campeggia su due pilastri a Trieste in Piazza Unità...



Nota alle immagini ---

_ Gallica, il sito per la consultazione digitale dei manoscritti e dei testi a stampa della Bnf, consente di visionare anche la Toxicologie africaine.
Le immagini qui citate sono presenti alle pp. 453-454 dell'Opera.


Note al testo ---

[1] Cfr. Luciana Antonini, Le chiese cristiane nell'Egitto dal IV al IX secolo secondo i documenti dei papiri greci in Aegyptus - rivista italiana di Egittologia e Papirologia, Tipografia Vaticana S. Giuseppe, Milano 1940, p. 176.

[2] Cfr. L’Istria, Anno II, Sabato 13 Novembre 1847, n. 71-72, p. 290.

[3] Cfr. Ireneo della Croce, Historia di Trieste, Libro V, Cap. IX, in Venetia, 1648, p. 430.

[4] Cfr. Acta Sanctorum –Novembris. COLLECTA DIGESTA, ab Hippolyto Delehaye, Paulo Peeters et Mauritio Coens, Tomus I, Pariis, MDCCCLXXXVII, p. 421.

[5]Cfr. Victor Saxer, L’Istria e i santi istriani Servolo, Giusto e Mauro in Atti e Memorie, Centenario della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste 1984, p. 61.

[6]Cfr. Samo Pahor, L’ordinamento territoriale del Vescovato di Trieste, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1962-1963, p. 137.

[7] Cfr. Plutarco, Iside e Osiride, traduzione e note di Marina Cavalli, Adelphi, Milano 2009, p. 78.

[8] Cfr. La sapienza greca, III, Eraclito, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 1996, [A 60], p. 67.

[9] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso, ECIG, Genova 2003, p. 139.

giovedì 3 settembre 2020

Orge Sacre:
il vino di Bacco e il sangue di Osiride.



La festa dei Morti (2 novembre) coincide con la fine del calendario agricolo, e la 'morte' della terra che non dava più frutti.

In campagna, i momenti culminanti del ciclo erano la trebbiatura e la vendemmia: quando il grano raccolto si trasformava in pane e l'uva in vino.

Gli antichi credevano che gli dèi risiedessero nei frutti della terra.

Mangiare il pane, per molti, era come mangiare la dea Cerere.
Bere il vino come bere Bacco, o il suo antenato Libero.

Cicerone nel De Natura deorum guardava con orrore a queste credenze superstiziose, che implicavano la Teofagia:

« Quando diciamo che le messi sono Cerere, il vino Libero, ci serviamo di un modo di dire usuale, ma pensi che esista qualcuno così pazzo da credere che il cibo di cui si nutre sia Dio? » [1]
[Liber III, 41]

I teologi cristiani, assecondando l'immaginario del volgo, s'inventarono il mistero della Transustanziazione: sull'altare, il pane spezzato diventava il corpo di Cristo.
Il vino versato, il Suo sangue.

Nel mondo antico, il grano per i Romani era la dea Cerere (in latino, Ceres –da cui la birra che porta il suo nome!).

Ne L'Asino d'Oro di Apuleio, Libro Sesto, Psiche avanza nel Tempio di Cerere pieno di spighe e attrezzi agricoli, lasciati alla rinfusa dai suoi devoti: i contadini.

« [...] ogni opera da metitore era per terra confusa si come sogliono ne lo extremo caldo gittarsi da li affaticati lavoratori »

Ecco una bella xilografia dall'edizione veneziana del 1519...



Cerere era la dea della terra che dispensava i « cerealia dona », citati da Silio Italico nel poema Punica:

« da uomo puro non imbrattò di sangue la mensa, ma vi portò i doni di Cerere. » [2]

Il vino invece era Bacco per i Romani, Dioniso per i greci.

Dioniso, come la terra in primavera, dispensava frutti: i grappoli d'uva. E aveva il potere di risorgere dalla sua Morte.


I Titani lo avevano fatto a pezzi quando era ancora piccolo, e la dea Rea, sua nonna, gli aveva infuso di nuovo la vita.
Robert Graves ci racconta il mito...

« Per ordine di Era i Titani si impadronirono di Dioniso figlio di Zeus, un bimbo cornuto e anguicrinito, e benché egli si trasformasse di continuo, lo fecero a brani.
Poi ne bollirono i resti in un calderone, mentre un albero di melograno sorgeva dal suolo inzuppato del suo sangue.
Ma la nonna Rea accorse in suo aiuto e gli ridonò la vita
. » [3]

Il grano (Demetra/Cerere) era legato al vino (Dioniso/Bacco) già molti secoli prima del rito della messa.

Il dio del vino era spesso associato al cantore Orfeo, sbranato dalle Menadi sacerdotesse di Dioniso, per non averne accettato il culto.

Merkelbach lo spiega bene ne I misteri di Dioniso...

« Orfeo era considerato fondatore dei misteri dionisiaci e Dioniso era il dio più importante nella religione Orfica.
[...] Quando un seguace di Dioniso cominciava ad aprirsi alla riflessione e alla speculazione, si orientava verso il pensiero orfico. » [4]

La testa di Orfeo, staccata dal corpo, continuava incessantemente a cantare: per gli antichi, era la vita oltre la morte del dio.

Il supplizio del cantore Orfeo era analogo a quello di Dioniso: gli antichi avevano associato i due sacrifici.
Un bassorilievo dal Museo di Antichità di Berlino assimilava le due divinità, sotto la dicitura:

ORPHEOS BAKKIKOS [5]


Sopra la croce, a cui è appeso Orfeo, sono la mezzaluna e le sette stelle [le Pleiadi, nella Costellazione del Toro] : un riferimento velato al culto di Osiride come epifania del toro Apis.

L'Ellenismo -per questa morte, e per la Sua crescita prodigiosa- aveva infatti associato Dioniso al dio egizio Osiride.

Osiride aveva il potere di far crescere il grano dalle mummie, tanto che tra i cultori di Egitto si parla di "Osiride vegetante", la cui mummia era fertile come se venisse innaffiata!

Ecco un disegno tratto da Edward Alfred Budge Wallis, Osiris and the Egyptian resurrection (London 1911), opera che si può consultare nella biblioteca americana on-line Archive.org.

Lo schizzo, ripreso da una pittura parietale, illustra il mito funerario di Osiride...



Dalla mummia di Osiride, innaffiata, sorgono 28 spighe di grano così come 28 giorni la Luna impiega nel suo moto di rivoluzione intorno alla Terra.

Il Cristianesimo, prodotto più tardo dell'Ellenismo, associando la Madonna ad una serie di santi locali, riprodusse l'antica coppia della fertilità che a Roma era Cerere-Libero [poi Bacco].
In Grecia, Demetra-Dioniso.
In Egitto, Iside-Osiride.

Il culto di Osiride, e del suo equivalente greco Dioniso, era radicato nelle città costiere del Mediterraneo settentrionale che intrattenevano forti scambi commerciali con il nord-Africa.

Trieste è un caso tipico:
san Giusto guerriero che regge l'alabarda è l'evoluzione cultuale di Dioniso che regge il tirso. Lo vediamo, confrontando una pittura vascolare (340-320 a.C.) dal Museo di Boston con un quadro (1540) del pittore Benedetto Carpaccio dalla Cattedrale di Trieste...



Il dio, come poi il Santo, doveva versare sangue:
grazie al Suo sacrificio, ci sarebbe stato vino nei calici.

Il culto 'agricolo' di San Giusto, connesso a Dioniso e ad Osiride, è l'oggetto insolito delle mie ultime ricerche.

Se siete incuriositi dal tema, non vi resta che dare un'occhiata più approfondita al libro...



Note alle immagini ---

_L'immagine in apertura è una colossale Crocifissione dello scultore sloveno Jožef Pavlin, e si trova nella Cappella del Vescovato di Trieste (1913).
Da notare è il nimbo che incornicia il Salvatore, composto da spighe di grano e grappoli d'uva.

Cfr. Gino Pavan, La cappella dell'Episcopio a Trieste di Ivan Vurnik, Rotary Club Trieste, 2016.

_L'Apulegio Volgare del 1519 si può consultare integralmente con le sue belle xilografie su Google Libri.

_Ho tratto l'immagine, stilizzata, dell'Orfeo Crocifisso dal blog EreticaMente, che invito a consultare perché spiega come la datazione della Crocifissione sia (molto) più arcaica di quanto sostenuto da fonti cristiane.


Note al testo ---

[1] Cfr. Cicerone, La Natura divina, Rizzoli, Milano 1992, p. 337.

[2] « tum lacte favisque / distinxit dulcis epulas nulloque cruore / polluta castus mensa cerealia dona attulit . »
Cfr. Silius Italicus, Punicorum Liber VII, vv. 181-183.
L'Opera è consultabile su Archive.org.

[3] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, traduzione di Elisa Morpurgo, Longanesi 1983, p. 91.

[4] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso : il dionisismo in età imperiale romana e il romanzo pastorale di Longo, ECIG, Genova 2003, pp. 147-148.

[5] La gemma sparì dal Museo nel 1945, al crollo del regime nazista: preda di un furto su commissione?
Le foto, in bianco e nero, ci consentono di ricostruire il prezioso manufatto:

« La croce, alla cui base si addossano due forti caviglie, è sormontata da un crescente di luna.
In alto sette stelle sono disposte a semicerchio.

[...] È notevole che il crocifisso sia raffigurato, a partire dal II secolo, su alcune gemme, le più antiche delle quali sono probabilmente gnostiche, quando in altri rami dell'arte cristiana esso appare soltanto nel V secolo
. »

Cfr. Jean Rivière, Amuleti Talismani E Pantacoli, traduzione di Donatella Rossi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1984, p. 135.
Il libro è visionabile, parzialmente, su Google Libri.