giovedì 3 settembre 2020

Orge Sacre:
il vino di Bacco e il sangue di Osiride.



La festa dei Morti (2 novembre) coincide con la fine del calendario agricolo, e la 'morte' della terra che non dava più frutti.

In campagna, i momenti culminanti del ciclo erano la trebbiatura e la vendemmia: quando il grano raccolto si trasformava in pane e l'uva in vino.

Gli antichi credevano che gli dèi risiedessero nei frutti della terra.

Mangiare il pane, per molti, era come mangiare la dea Cerere.
Bere il vino come bere Bacco, o il suo antenato Libero.

Cicerone nel De Natura deorum guardava con orrore a queste credenze superstiziose, che implicavano la Teofagia:

« Quando diciamo che le messi sono Cerere, il vino Libero, ci serviamo di un modo di dire usuale, ma pensi che esista qualcuno così pazzo da credere che il cibo di cui si nutre sia Dio? » [1]
[Liber III, 41]

I teologi cristiani, assecondando l'immaginario del volgo, s'inventarono il mistero della Transustanziazione: sull'altare, il pane spezzato diventava il corpo di Cristo.
Il vino versato, il Suo sangue.

Nel mondo antico, il grano per i Romani era la dea Cerere (in latino, Ceres –da cui la birra che porta il suo nome!).

Ne L'Asino d'Oro di Apuleio, Libro Sesto, Psiche avanza nel Tempio di Cerere pieno di spighe e attrezzi agricoli, lasciati alla rinfusa dai suoi devoti: i contadini.

« [...] ogni opera da metitore era per terra confusa si come sogliono ne lo extremo caldo gittarsi da li affaticati lavoratori »

Ecco una bella xilografia dall'edizione veneziana del 1519...



Cerere era la dea della terra che dispensava i « cerealia dona », citati da Silio Italico nel poema Punica:

« da uomo puro non imbrattò di sangue la mensa, ma vi portò i doni di Cerere. » [2]

Il vino invece era Bacco per i Romani, Dioniso per i greci.

Dioniso, come la terra in primavera, dispensava frutti: i grappoli d'uva. E aveva il potere di risorgere dalla sua Morte.


I Titani lo avevano fatto a pezzi quando era ancora piccolo, e la dea Rea, sua nonna, gli aveva infuso di nuovo la vita.
Robert Graves ci racconta il mito...

« Per ordine di Era i Titani si impadronirono di Dioniso figlio di Zeus, un bimbo cornuto e anguicrinito, e benché egli si trasformasse di continuo, lo fecero a brani.
Poi ne bollirono i resti in un calderone, mentre un albero di melograno sorgeva dal suolo inzuppato del suo sangue.
Ma la nonna Rea accorse in suo aiuto e gli ridonò la vita
. » [3]

Il grano (Demetra/Cerere) era legato al vino (Dioniso/Bacco) già molti secoli prima del rito della messa.

Il dio del vino era spesso associato al cantore Orfeo, sbranato dalle Menadi sacerdotesse di Dioniso, per non averne accettato il culto.

Merkelbach lo spiega bene ne I misteri di Dioniso...

« Orfeo era considerato fondatore dei misteri dionisiaci e Dioniso era il dio più importante nella religione Orfica.
[...] Quando un seguace di Dioniso cominciava ad aprirsi alla riflessione e alla speculazione, si orientava verso il pensiero orfico. » [4]

La testa di Orfeo, staccata dal corpo, continuava incessantemente a cantare: per gli antichi, era la vita oltre la morte del dio.

Il supplizio del cantore Orfeo era analogo a quello di Dioniso: gli antichi avevano associato i due sacrifici.
Un bassorilievo dal Museo di Antichità di Berlino assimilava le due divinità, sotto la dicitura:

ORPHEOS BAKKIKOS [5]


Sopra la croce, a cui è appeso Orfeo, sono la mezzaluna e le sette stelle [le Pleiadi, nella Costellazione del Toro] : un riferimento velato al culto di Osiride come epifania del toro Apis.

L'Ellenismo -per questa morte, e per la Sua crescita prodigiosa- aveva infatti associato Dioniso al dio egizio Osiride.

Osiride aveva il potere di far crescere il grano dalle mummie, tanto che tra i cultori di Egitto si parla di "Osiride vegetante", la cui mummia era fertile come se venisse innaffiata!

Ecco un disegno tratto da Edward Alfred Budge Wallis, Osiris and the Egyptian resurrection (London 1911), opera che si può consultare nella biblioteca americana on-line Archive.org.

Lo schizzo, ripreso da una pittura parietale, illustra il mito funerario di Osiride...



Dalla mummia di Osiride, innaffiata, sorgono 28 spighe di grano così come 28 giorni la Luna impiega nel suo moto di rivoluzione intorno alla Terra.

Il Cristianesimo, prodotto più tardo dell'Ellenismo, associando la Madonna ad una serie di santi locali, riprodusse l'antica coppia della fertilità che a Roma era Cerere-Libero [poi Bacco].
In Grecia, Demetra-Dioniso.
In Egitto, Iside-Osiride.

Il culto di Osiride, e del suo equivalente greco Dioniso, era radicato nelle città costiere del Mediterraneo settentrionale che intrattenevano forti scambi commerciali con il nord-Africa.

Trieste è un caso tipico:
san Giusto guerriero che regge l'alabarda è l'evoluzione cultuale di Dioniso che regge il tirso. Lo vediamo, confrontando una pittura vascolare (340-320 a.C.) dal Museo di Boston con un quadro (1540) del pittore Benedetto Carpaccio dalla Cattedrale di Trieste...



Il dio, come poi il Santo, doveva versare sangue:
grazie al Suo sacrificio, ci sarebbe stato vino nei calici.

Il culto 'agricolo' di San Giusto, connesso a Dioniso e ad Osiride, è l'oggetto insolito delle mie ultime ricerche.

Se siete incuriositi dal tema, non vi resta che dare un'occhiata più approfondita al libro...



Note alle immagini ---

_L'immagine in apertura è una colossale Crocifissione dello scultore sloveno Jožef Pavlin, e si trova nella Cappella del Vescovato di Trieste (1913).
Da notare è il nimbo che incornicia il Salvatore, composto da spighe di grano e grappoli d'uva.

Cfr. Gino Pavan, La cappella dell'Episcopio a Trieste di Ivan Vurnik, Rotary Club Trieste, 2016.

_L'Apulegio Volgare del 1519 si può consultare integralmente con le sue belle xilografie su Google Libri.

_Ho tratto l'immagine, stilizzata, dell'Orfeo Crocifisso dal blog EreticaMente, che invito a consultare perché spiega come la datazione della Crocifissione sia (molto) più arcaica di quanto sostenuto da fonti cristiane.


Note al testo ---

[1] Cfr. Cicerone, La Natura divina, Rizzoli, Milano 1992, p. 337.

[2] « tum lacte favisque / distinxit dulcis epulas nulloque cruore / polluta castus mensa cerealia dona attulit . »
Cfr. Silius Italicus, Punicorum Liber VII, vv. 181-183.
L'Opera è consultabile su Archive.org.

[3] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, traduzione di Elisa Morpurgo, Longanesi 1983, p. 91.

[4] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso : il dionisismo in età imperiale romana e il romanzo pastorale di Longo, ECIG, Genova 2003, pp. 147-148.

[5] La gemma sparì dal Museo nel 1945, al crollo del regime nazista: preda di un furto su commissione?
Le foto, in bianco e nero, ci consentono di ricostruire il prezioso manufatto:

« La croce, alla cui base si addossano due forti caviglie, è sormontata da un crescente di luna.
In alto sette stelle sono disposte a semicerchio.

[...] È notevole che il crocifisso sia raffigurato, a partire dal II secolo, su alcune gemme, le più antiche delle quali sono probabilmente gnostiche, quando in altri rami dell'arte cristiana esso appare soltanto nel V secolo
. »

Cfr. Jean Rivière, Amuleti Talismani E Pantacoli, traduzione di Donatella Rossi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1984, p. 135.
Il libro è visionabile, parzialmente, su Google Libri.

lunedì 20 luglio 2020

L'uovo sacro: la Madre senza padre.



La Madonna era davvero una 'Vergine'?

Il Cristianesimo riprese la struttura dei suoi miti dal mondo greco-romano: in esso, le 'sante-vergini' (in greco, le parthenoi) non erano affatto tali!

Margherite Rigoglioso lo spiega assai bene nel suo saggio...

« La definizione di parthenos come “vergine” si rivela problematica anche perché questo termine rimanda spesso a una donna che aveva avuto dei figli, come indicato dal derivato parthenios (o partheneias; pl. partheniai) che significa “figlio/a di una parthenios” [1]. »

Cos'era allora la Partenope?

Semplice: una Dea capace di generare senza il seme maschile.

L'uomo poteva soddisfare il piacere della Madre: niente più!
Nell'Introduzione ai Miti Greci, Robert Graves spiegava...

« La dea si sceglieva degli amanti per soddisfare il suo piacere e non per dare un padre ai propri figli.
Quando il rapporto tra il coito e la gravidanza fu ufficialmente stabilito […] la posizione dell’uomo migliorò sensibilmente e il merito di fecondare le donne non fu più attribuito ai fiumi e ai venti [2]
. »

Già, perché in origine era la donna a detenere il vincolo coniugale: tanto è vero che l'istituzione del Matrimonio da Lei ereditò etimologicamente il nome.

Lo spiegava Bachofen nel suo monumentale studio sul Matriarcato:

« Si diceva matrimonium e non patrimonium, così come, dapprima, si parlò soltanto di una materfamilias.

Paterfamilias è senza dubbio un’espressione più tarda.
In Plauto si trova spesso materfamilias, ma neppure una volta paterfamilias [3]
. »

Lo studio dell'etimologia delle parole ci fa capire l'evoluzione storica della nostra società:

_il patrimonio (detenuto dall'uomo, cioè dal Pater) è un'Istituzione creata dalla società patriarcale, in contrapposizione al Matrimonio (dominio invece della Mater).

Il centro irradiatore della Madre è l'Uovo, Suo attributo fin dal mondo antico...

« [...] a tutte le donne lunari è attribuita la nascita dall'uovo, espressione della loro maternità materiale [3]. »

Dioniso [e il suo doppio Orfeo] erano così legati alle donne, da avere l'Uovo come attributo:

« I Misteri di Dioniso hanno il loro centro nell'immagine dell'uovo, che simboleggiava il grembo materno fecondo [3]. »

« L'uovo rappresenta il principio materno della natura, da cui tutto ha origine ed in cui tutto ritorna [3]. »

« La sovranità del principio materno è talmente netta che le feste dionisiache vengono associate soltanto al sacro silenzio della Madre Notte [...]
e gli unici simboli rituali adeguati sono l'uovo, da essa scaturito, e il lato sinistro [3]
. »

La Madonna riprese dalle grandi Madri dell'antichità i loro tre attributi: *l'uovo, *l'oscurità, la parte *sinistra.

Questo discorso è lampante se si studia un dipinto di Piero della Francesca, conservato alla Pinacoteca di Brera:
la Madonna dell'uovo (1472).

I tre elementi sono presenti in un modo che più esplicito non si può: l'Uovo di struzzo (simbolo della Maternità) pende da una Conchiglia, sopra il capo della 'Vergine'.

Attenti ai dettagli!

Dove il pittore proietta l'ombra che fa da sfondo all'uovo?
A sinistra: non è casuale.

Bachofen lo spiegava in un modo che più chiaro non si può:

« Alla notte è attribuita la parte sinistra, che costituisce un'altra espressione del principio materno, al pari di skòtos (tenebra, oscurità) . »

« La parte sinistra è quella femminile, mentre la destra è quella maschile.

[...] il principio passivo e succube, che si attribuisce alla donna, viene rappresentato dalla mano sinistra, adatta più a trattenere che a eseguire [3]
. »

La parte sinistra è l'oscuro dominio della Dea:
un significato 'nascosto' -eppure così evidente!- nel dipinto di Piero...


Nota alle immagini ---

Mi piace citare gli affreschi della Madonna con bambino nel colonnato esterno [sotto] al Santuario della Madonna di Pietra Rossa presso Trevi, a cui avevo già dedicato un post:
Il tempio di Diana e le processioni al Sacro Buco:
indizi alla chiesa di Santa Maria di Pietra Rossa
.


Da notare le cornici entro cui le Madonne sono dipinte, che ricordano -vagamente- la forma di una vulva...



Tra gli affreschi del Santuario di Pietra Rossa, è da notarne uno in particolare: la Vergine che porge al Bambino l'Uovo (o forse, la Sfera?), simbolo del Suo potere.


L'uovo è un simbolo del potere mariano molto caro ai teologi:

« Come la conchiglia -così credevano i naturalisti antichi e così scrive Efrem il Siro- produce la perla senza bisogno della fecondazione maschile, allo stesso modo, incarnationis causa, è avvenuto il concepimento verginale. »

« L'altro motivo teologico dominante riguarda il parto virginale e il concepimento per virtù dello Spirito Santo, simboleggiati, l'uno e l'altro, dall'ovum struthionis: l'uovo di struzzo dei mistici medioevali, il quale (per il fatto che lo si riteneva fecondato dai raggi del sole) veniva utilizzato come figura dell'Immacolata Concezione di Cristo. »

Cfr. Alberto Paolucci, Piero della Francesca: la Pala di Brera, Milano, 2003, pp. 24 e 26.


Note al testo ---

[1] Cfr. Marguerite Rigoglioso, Partenogenesi: il culto della nascita divina nell'antica Grecia, Psiche2, Torino 2012, p. 71.

[2] Cfr. Robert Graves, Introduzione a I Miti Greci, Longanesi & C., Milano 1999, pp. 5-6.

[3] Cfr. Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato : ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2016, vol. I, pp. 93, 119, 296;
vol. II, pp. 574, 602 e 826.