venerdì 23 ottobre 2020

Osiride e San Giusto: i due Annegati che regnavano sui Morti.



In un numero della rivista di Papirologia Aegyptus [1] del lontano 1940, si elencavano le chiese presenti ad Ossirinco tra cui un tempio intitolato a san Giusto.

Cosa mai ci faceva a sud dell'Egitto una chiesa intitolata ad un santo triestino?


San Giusto era stato legato ad una pietra dai soldati romani, e annegato nel 303 a.C. ai primi di novembre [vedi sopra e sotto].
Ma nell'Ottocento il suo martirio, a Trieste, veniva commemorato il 2 novembre, al posto della festa dei Morti.



Un giornale Istriano narra come la festa tradizionale dei Morti slittasse al giorno successivo (!), per lasciare il posto a San Giusto...

« [...] la chiesa tergestina invece trasferendo al dì terzo la commemorazione dei defunti celebra nel dì secondo il martirio di San Giusto, suo principale protettore, ed è festa di precetto in tutto il territorio di Trieste. » [2]

Ma san Giusto era davvero un santo triestino?

Padre Ireneo della Croce, nel suo trattato seicentesco Historia di Trieste, se la prendeva con tutti quelli che osassero metterlo in dubbio!

« Non capisco sopra qual fondamento appoggiato voglia levarci Gio. Candido seguito da Henrico Palladio contro l’opinione di tutti, e dell’antica e sempre continuata tradizione della Nostra Città di Trieste il suo primo protettore e Cittadino » [3]

I martirologi antichi, raccolti e pubblicati dal padre Delehaye negli Acta Sanctorum [sotto, il frontespizio del volume dedicato al mese di novembre], volevano Giusto martirizzato proprio in Africa.

« Dies secunda novembris de SS. Publio, Victore, Hermete, Papia, Justo, Vitali
Martyribus in Africa » [4]


Anche lo storico francese della Chiesa Victor Saxer lo notava, senza tanti giri di parole...

« In principio le fonti martiriologiche ci mettono in imbarazzo per l’abbondanza e la moltiplicazione delle loro notizie e per le loro strane informazioni su un S. Giusto africano. » [5]

Lo studioso sloveno Samo Pahor ipotizzava che il culto di San Giusto fosse stato importato dai soldati bizantini, a partire dal porto di Alessandria d'Egitto nel IV secolo...

« Due delle sue chiese istriane, quella di Trieste e quella di Galežan (Gallesano), furono costruite nell’epoca dell’occupazione bizantina, e quindi l’ipotesi che si tratti di un santo il cui culto fu importato dalle truppe bizantine, appare abbastanza reale. » [6]

Pahor nella sua tesi si riferiva ad un curioso Calendario d'Ossirinco: articolo sempre a firma del padre Delehaye, edito a Bruxelles nel 1924 negli Analecta Bollandiana...


Al 14 del mese copto di Hathor figurava appunto il nome di Giusto:
    eis tòn...
      agion Iouston

Torniamo alla domanda iniziale: perché Giusto si venerava proprio ad Ossirinco?

Nell'Antico Egitto, Ossirinco era famosa perché lì si adorava il dio dei Morti Osiride, il cui pene smembrato dal corpo era stato mangiato dall'omonimo pesce Ossirinco.

Lo storico e sacerdote Plutarco narrava l'episodio e spiegava come gli Egiziani avessero il terrore di quel pesce...

« L’unica parte del corpo di Osiride che Iside non riuscì a trovare fu il membro virile, perché era stato gettato per primo nel fiume, e lì l’avevano mangiato il lepidoto, il fagro e l’ossirinco, proprio quei pesci, cioè, tanto aborriti dagli Egiziani. » [7]

Alphonse Tremeau de Rochebrune in un manuale di flora e fauna africana, Toxicologie africaine (Paris, 1896-1899), mostrava nelle illustrazioni non solo il famigerato pesce di Ossirinco, ma anche gli antichi amuleti portafortuna con il pesce che gli scavi in Egitto avevano riportato alla luce...



San Giusto come era finito dalle coste egiziane fino a Trieste?

L'Ellenismo aveva associato Osiride, dio egizio dei Morti, al dio greco del vino Dioniso.

Secondo il filosofo greco Eraclito, Dioniso infatti era una cosa sola con Ade, dio greco dell'Oltretomba: per le Baccanti, non c'era differenza alcuna tra le due divinità:

« Ma lo stesso dio è Hades e Dioniso, per cui infuriano e baccheggiano. » [8]

Non è certo un caso che Ade -dio del sottosuolo- si veda raffigurato a fianco di Persefone (la figlia della dea della terra Demetra), in un vaso a figure rosse (360-340 a-.C.) al Museo Archeologico di Napoli, e che Lei regga un vaso con i frutti della terra.

Da notare lo scettro di Ade: è lo stesso tirso triforcato che impugna Dioniso [vedi sotto].


Già per gli antichi, quindi, il vino era sinonimo di Morte; e poi di Resurrezione.
L'uva macerata durante la vendemmia rinasceva nel vino, come già spiegava Merkelbach ne I misteri di Dioniso:

« Sotto il torchio della spremitura l’uva muore, ma rinasce nel vino. Il liknon, il vaglio per i cereali, è il simbolo del pane ricavato dal grano e del grano da seme che l’anno successivo porterà nuovi frutti » [9]

Come era raffigurato Dioniso, Re dell'uva e dei Morti?

Reggeva un bastone a due anse: il tirso.
Anche detto: ramo bacchico.
Lo si vede dipinto, per esempio, in uno stamnos (vaso per libagioni, 340 a.C. circa) dal Museo Archeologico di Matera...


Anche le Menadi e i satiri, che celebravano Dioniso, reggevano lo stesso bastone a due anse: lo si vede dipinto, per esempio, in un cratere a campana (340-320 a.C) dal Museum of Fine Arts di Boston...


Nell'iconografia medievale, questo bastone si trasformerà in un'arma militare: è l'alabarda che regge San Giusto.

Il tirso, privo ormai dei riferimenti orgiastici, è diventato l'emblema della città giuliana, e tale campeggia su due pilastri a Trieste in Piazza Unità...



Nota alle immagini ---

_ Gallica, il sito per la consultazione digitale dei manoscritti e dei testi a stampa della Bnf, consente di visionare anche la Toxicologie africaine.
Le immagini qui citate sono presenti alle pp. 453-454 dell'Opera.


Note al testo ---

[1] Cfr. Luciana Antonini, Le chiese cristiane nell'Egitto dal IV al IX secolo secondo i documenti dei papiri greci in Aegyptus - rivista italiana di Egittologia e Papirologia, Tipografia Vaticana S. Giuseppe, Milano 1940, p. 176.

[2] Cfr. L’Istria, Anno II, Sabato 13 Novembre 1847, n. 71-72, p. 290.

[3] Cfr. Ireneo della Croce, Historia di Trieste, Libro V, Cap. IX, in Venetia, 1648, p. 430.

[4] Cfr. Acta Sanctorum –Novembris. COLLECTA DIGESTA, ab Hippolyto Delehaye, Paulo Peeters et Mauritio Coens, Tomus I, Pariis, MDCCCLXXXVII, p. 421.

[5]Cfr. Victor Saxer, L’Istria e i santi istriani Servolo, Giusto e Mauro in Atti e Memorie, Centenario della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste 1984, p. 61.

[6]Cfr. Samo Pahor, L’ordinamento territoriale del Vescovato di Trieste, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1962-1963, p. 137.

[7] Cfr. Plutarco, Iside e Osiride, traduzione e note di Marina Cavalli, Adelphi, Milano 2009, p. 78.

[8] Cfr. La sapienza greca, III, Eraclito, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 1996, [A 60], p. 67.

[9] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso, ECIG, Genova 2003, p. 139.

giovedì 3 settembre 2020

Orge Sacre:
il vino di Bacco e il sangue di Osiride.



La festa dei Morti (2 novembre) coincide con la fine del calendario agricolo, e la 'morte' della terra che non dava più frutti.

In campagna, i momenti culminanti del ciclo erano la trebbiatura e la vendemmia: quando il grano raccolto si trasformava in pane e l'uva in vino.

Gli antichi credevano che gli dèi risiedessero nei frutti della terra.

Mangiare il pane, per molti, era come mangiare la dea Cerere.
Bere il vino come bere Bacco, o il suo antenato Libero.

Cicerone nel De Natura deorum guardava con orrore a queste credenze superstiziose, che implicavano la Teofagia:

« Quando diciamo che le messi sono Cerere, il vino Libero, ci serviamo di un modo di dire usuale, ma pensi che esista qualcuno così pazzo da credere che il cibo di cui si nutre sia Dio? » [1]
[Liber III, 41]

I teologi cristiani, assecondando l'immaginario del volgo, s'inventarono il mistero della Transustanziazione: sull'altare, il pane spezzato diventava il corpo di Cristo.
Il vino versato, il Suo sangue.

Nel mondo antico, il grano per i Romani era la dea Cerere (in latino, Ceres –da cui la birra che porta il suo nome!).

Ne L'Asino d'Oro di Apuleio, Libro Sesto, Psiche avanza nel Tempio di Cerere pieno di spighe e attrezzi agricoli, lasciati alla rinfusa dai suoi devoti: i contadini.

« [...] ogni opera da metitore era per terra confusa si come sogliono ne lo extremo caldo gittarsi da li affaticati lavoratori »

Ecco una bella xilografia dall'edizione veneziana del 1519...



Cerere era la dea della terra che dispensava i « cerealia dona », citati da Silio Italico nel poema Punica:

« da uomo puro non imbrattò di sangue la mensa, ma vi portò i doni di Cerere. » [2]

Il vino invece era Bacco per i Romani, Dioniso per i greci.

Dioniso, come la terra in primavera, dispensava frutti: i grappoli d'uva. E aveva il potere di risorgere dalla sua Morte.


I Titani lo avevano fatto a pezzi quando era ancora piccolo, e la dea Rea, sua nonna, gli aveva infuso di nuovo la vita.
Robert Graves ci racconta il mito...

« Per ordine di Era i Titani si impadronirono di Dioniso figlio di Zeus, un bimbo cornuto e anguicrinito, e benché egli si trasformasse di continuo, lo fecero a brani.
Poi ne bollirono i resti in un calderone, mentre un albero di melograno sorgeva dal suolo inzuppato del suo sangue.
Ma la nonna Rea accorse in suo aiuto e gli ridonò la vita
. » [3]

Il grano (Demetra/Cerere) era legato al vino (Dioniso/Bacco) già molti secoli prima del rito della messa.

Il dio del vino era spesso associato al cantore Orfeo, sbranato dalle Menadi sacerdotesse di Dioniso, per non averne accettato il culto.

Merkelbach lo spiega bene ne I misteri di Dioniso...

« Orfeo era considerato fondatore dei misteri dionisiaci e Dioniso era il dio più importante nella religione Orfica.
[...] Quando un seguace di Dioniso cominciava ad aprirsi alla riflessione e alla speculazione, si orientava verso il pensiero orfico. » [4]

La testa di Orfeo, staccata dal corpo, continuava incessantemente a cantare: per gli antichi, era la vita oltre la morte del dio.

Il supplizio del cantore Orfeo era analogo a quello di Dioniso: gli antichi avevano associato i due sacrifici.
Un bassorilievo dal Museo di Antichità di Berlino assimilava le due divinità, sotto la dicitura:

ORPHEOS BAKKIKOS [5]


Sopra la croce, a cui è appeso Orfeo, sono la mezzaluna e le sette stelle [le Pleiadi, nella Costellazione del Toro] : un riferimento velato al culto di Osiride come epifania del toro Apis.

L'Ellenismo -per questa morte, e per la Sua crescita prodigiosa- aveva infatti associato Dioniso al dio egizio Osiride.

Osiride aveva il potere di far crescere il grano dalle mummie, tanto che tra i cultori di Egitto si parla di "Osiride vegetante", la cui mummia era fertile come se venisse innaffiata!

Ecco un disegno tratto da Edward Alfred Budge Wallis, Osiris and the Egyptian resurrection (London 1911), opera che si può consultare nella biblioteca americana on-line Archive.org.

Lo schizzo, ripreso da una pittura parietale, illustra il mito funerario di Osiride...



Dalla mummia di Osiride, innaffiata, sorgono 28 spighe di grano così come 28 giorni la Luna impiega nel suo moto di rivoluzione intorno alla Terra.

Il Cristianesimo, prodotto più tardo dell'Ellenismo, associando la Madonna ad una serie di santi locali, riprodusse l'antica coppia della fertilità che a Roma era Cerere-Libero [poi Bacco].
In Grecia, Demetra-Dioniso.
In Egitto, Iside-Osiride.

Il culto di Osiride, e del suo equivalente greco Dioniso, era radicato nelle città costiere del Mediterraneo settentrionale che intrattenevano forti scambi commerciali con il nord-Africa.

Trieste è un caso tipico:
san Giusto guerriero che regge l'alabarda è l'evoluzione cultuale di Dioniso che regge il tirso. Lo vediamo, confrontando una pittura vascolare (340-320 a.C.) dal Museo di Boston con un quadro (1540) del pittore Benedetto Carpaccio dalla Cattedrale di Trieste...



Il dio, come poi il Santo, doveva versare sangue:
grazie al Suo sacrificio, ci sarebbe stato vino nei calici.

Il culto 'agricolo' di San Giusto, connesso a Dioniso e ad Osiride, è l'oggetto insolito delle mie ultime ricerche.

Se siete incuriositi dal tema, non vi resta che dare un'occhiata più approfondita al libro...



Note alle immagini ---

_L'immagine in apertura è una colossale Crocifissione dello scultore sloveno Jožef Pavlin, e si trova nella Cappella del Vescovato di Trieste (1913).
Da notare è il nimbo che incornicia il Salvatore, composto da spighe di grano e grappoli d'uva.

Cfr. Gino Pavan, La cappella dell'Episcopio a Trieste di Ivan Vurnik, Rotary Club Trieste, 2016.

_L'Apulegio Volgare del 1519 si può consultare integralmente con le sue belle xilografie su Google Libri.

_Ho tratto l'immagine, stilizzata, dell'Orfeo Crocifisso dal blog EreticaMente, che invito a consultare perché spiega come la datazione della Crocifissione sia (molto) più arcaica di quanto sostenuto da fonti cristiane.


Note al testo ---

[1] Cfr. Cicerone, La Natura divina, Rizzoli, Milano 1992, p. 337.

[2] « tum lacte favisque / distinxit dulcis epulas nulloque cruore / polluta castus mensa cerealia dona attulit . »
Cfr. Silius Italicus, Punicorum Liber VII, vv. 181-183.
L'Opera è consultabile su Archive.org.

[3] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, traduzione di Elisa Morpurgo, Longanesi 1983, p. 91.

[4] Cfr. Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso : il dionisismo in età imperiale romana e il romanzo pastorale di Longo, ECIG, Genova 2003, pp. 147-148.

[5] La gemma sparì dal Museo nel 1945, al crollo del regime nazista: preda di un furto su commissione?
Le foto, in bianco e nero, ci consentono di ricostruire il prezioso manufatto:

« La croce, alla cui base si addossano due forti caviglie, è sormontata da un crescente di luna.
In alto sette stelle sono disposte a semicerchio.

[...] È notevole che il crocifisso sia raffigurato, a partire dal II secolo, su alcune gemme, le più antiche delle quali sono probabilmente gnostiche, quando in altri rami dell'arte cristiana esso appare soltanto nel V secolo
. »

Cfr. Jean Rivière, Amuleti Talismani E Pantacoli, traduzione di Donatella Rossi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1984, p. 135.
Il libro è visionabile, parzialmente, su Google Libri.

lunedì 20 luglio 2020

L'uovo sacro: la Madre senza padre.



La Madonna era davvero una 'Vergine'?

Il Cristianesimo riprese la struttura dei suoi miti dal mondo greco-romano: in esso, le 'sante-vergini' (in greco, le parthenoi) non erano affatto tali!

Margherite Rigoglioso lo spiega assai bene nel suo saggio...

« La definizione di parthenos come “vergine” si rivela problematica anche perché questo termine rimanda spesso a una donna che aveva avuto dei figli, come indicato dal derivato parthenios (o partheneias; pl. partheniai) che significa “figlio/a di una parthenios” [1]. »

Cos'era allora la Partenope?

Semplice: una Dea capace di generare senza il seme maschile.

L'uomo poteva soddisfare il piacere della Madre: niente più!
Nell'Introduzione ai Miti Greci, Robert Graves spiegava...

« La dea si sceglieva degli amanti per soddisfare il suo piacere e non per dare un padre ai propri figli.
Quando il rapporto tra il coito e la gravidanza fu ufficialmente stabilito […] la posizione dell’uomo migliorò sensibilmente e il merito di fecondare le donne non fu più attribuito ai fiumi e ai venti [2]
. »

Già, perché in origine era la donna a detenere il vincolo coniugale: tanto è vero che l'istituzione del Matrimonio da Lei ereditò etimologicamente il nome.

Lo spiegava Bachofen nel suo monumentale studio sul Matriarcato:

« Si diceva matrimonium e non patrimonium, così come, dapprima, si parlò soltanto di una materfamilias.

Paterfamilias è senza dubbio un’espressione più tarda.
In Plauto si trova spesso materfamilias, ma neppure una volta paterfamilias [3]
. »

Lo studio dell'etimologia delle parole ci fa capire l'evoluzione storica della nostra società:

_il patrimonio (detenuto dall'uomo, cioè dal Pater) è un'Istituzione creata dalla società patriarcale, in contrapposizione al Matrimonio (dominio invece della Mater).

Il centro irradiatore della Madre è l'Uovo, Suo attributo fin dal mondo antico...

« [...] a tutte le donne lunari è attribuita la nascita dall'uovo, espressione della loro maternità materiale [3]. »

Dioniso [e il suo doppio Orfeo] erano così legati alle donne, da avere l'Uovo come attributo:

« I Misteri di Dioniso hanno il loro centro nell'immagine dell'uovo, che simboleggiava il grembo materno fecondo [3]. »

« L'uovo rappresenta il principio materno della natura, da cui tutto ha origine ed in cui tutto ritorna [3]. »

« La sovranità del principio materno è talmente netta che le feste dionisiache vengono associate soltanto al sacro silenzio della Madre Notte [...]
e gli unici simboli rituali adeguati sono l'uovo, da essa scaturito, e il lato sinistro [3]
. »

La Madonna riprese dalle grandi Madri dell'antichità i loro tre attributi: *l'uovo, *l'oscurità, la parte *sinistra.

Questo discorso è lampante se si studia un dipinto di Piero della Francesca, conservato alla Pinacoteca di Brera:
la Madonna dell'uovo (1472).

I tre elementi sono presenti in un modo che più esplicito non si può: l'Uovo di struzzo (simbolo della Maternità) pende da una Conchiglia, sopra il capo della 'Vergine'.

Attenti ai dettagli!

Dove il pittore proietta l'ombra che fa da sfondo all'uovo?
A sinistra: non è casuale.

Bachofen lo spiegava in un modo che più chiaro non si può:

« Alla notte è attribuita la parte sinistra, che costituisce un'altra espressione del principio materno, al pari di skòtos (tenebra, oscurità) . »

« La parte sinistra è quella femminile, mentre la destra è quella maschile.

[...] il principio passivo e succube, che si attribuisce alla donna, viene rappresentato dalla mano sinistra, adatta più a trattenere che a eseguire [3]
. »

La parte sinistra è l'oscuro dominio della Dea:
un significato 'nascosto' -eppure così evidente!- nel dipinto di Piero...


Nota alle immagini ---

Mi piace citare gli affreschi della Madonna con bambino nel colonnato esterno [sotto] al Santuario della Madonna di Pietra Rossa presso Trevi, a cui avevo già dedicato un post:
Il tempio di Diana e le processioni al Sacro Buco:
indizi alla chiesa di Santa Maria di Pietra Rossa
.


Da notare le cornici entro cui le Madonne sono dipinte, che ricordano -vagamente- la forma di una vulva...



Tra gli affreschi del Santuario di Pietra Rossa, è da notarne uno in particolare: la Vergine che porge al Bambino l'Uovo (o forse, la Sfera?), simbolo del Suo potere.


L'uovo è un simbolo del potere mariano molto caro ai teologi:

« Come la conchiglia -così credevano i naturalisti antichi e così scrive Efrem il Siro- produce la perla senza bisogno della fecondazione maschile, allo stesso modo, incarnationis causa, è avvenuto il concepimento verginale. »

« L'altro motivo teologico dominante riguarda il parto virginale e il concepimento per virtù dello Spirito Santo, simboleggiati, l'uno e l'altro, dall'ovum struthionis: l'uovo di struzzo dei mistici medioevali, il quale (per il fatto che lo si riteneva fecondato dai raggi del sole) veniva utilizzato come figura dell'Immacolata Concezione di Cristo. »

Cfr. Alberto Paolucci, Piero della Francesca: la Pala di Brera, Milano, 2003, pp. 24 e 26.


Note al testo ---

[1] Cfr. Marguerite Rigoglioso, Partenogenesi: il culto della nascita divina nell'antica Grecia, Psiche2, Torino 2012, p. 71.

[2] Cfr. Robert Graves, Introduzione a I Miti Greci, Longanesi & C., Milano 1999, pp. 5-6.

[3] Cfr. Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato : ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2016, vol. I, pp. 93, 119, 296;
vol. II, pp. 574, 602 e 826.

venerdì 19 giugno 2020

La nave di Dioniso e i sigilli di Parigi.


Studiando l'emblema di Trieste, quella strana 'alabarda' riportata anche nel frontespizio della Perigrafia dei nomi imposti (1808), si fanno delle curiose associazioni...


Si tratta di un segno molto antico, ben più antico delle comuni alabarde medievali a cui di solito viene associato.

Le Baccanti che cacciavano il toro, assieme ai satiri dalla coda caprina, impugnavano un bastone triforcato molto simile:
il tirso, emblema di Dioniso.

Il bastone del corteo bacchico lo si vede bene in questo cratere a campana dal Museo Archeologico di Bologna...



Il bastone di Bacco/Dioniso era il simbolo della crescita prodigiosa che garantiva il dio.

Vasi del genere sono rintracciabili anche sul Mercato Antiquario:
è il caso di questa Menade che impugna il tirso, una ceramica Apula del IV secolo a.C. ...


Strano a dirsi: Gilles Corrozet, libraio francese del '500, nel suo libro La fleur des Antiquités (Paris 1532) consultabile anche su Google Libri, parlava di un tempio antico consacrato alla dea Iside a Parigi: un tempio la cui statua lui stesso aveva visto dal vivo...

« Alcuni dicono che là dove si trova Saint-Germain-des-Prés vi era un tempio dedicato alla superstizione dell'idolo o dea Iside [...] la statua della quale è stata veduta al tempo nostro, e ne conservo il ricordo » [1]


Corrozet spiegava perfino il nome Paris come un costrutto latino:
« para-Is(is) », cioè presso Iside...

« Quel luogo era chiamato tempio di Iside, e poiché la città era vicina ad esso fu chiamata Parisis (quasi juxta Isis), presso il tempio di Iside » [1]


Cosa mai ci faceva, a Parigi, un tempio di Iside?

Anatole de Coëtlogon nel libro Les armoiries de la ville de Paris [2] riportava due emblemi parigini assai curiosi, risalenti al 1406 e al 1415.
Sulla vela di un veliero era impresso quel segno -poi noto come giglio di Francia- così simile all'antico tirso di Dioniso...



Un veliero come simbolo di Parigi?

La cosa può sembrarci strana.
Una lettera patente di Napoleone (da notare le tre Api, suo emblema) datata 29 gennaio 1811, presentava lo stesso simbolo (qui sotto, digitalizzato) di Parigi:

un Veliero con la dea Iside
(a sinistra), assisa sulla prua della nave...


Giovanni Boccaccio nel suo trattato sulle donne famose dell'antichità, De claris mulieribus, narrava la strenua ricerca dell'amato Osiride da parte della dea Iside su una nave.

I miniatori medievali immaginarono la Dea Iside come una Madonna a bordo di una barca...


Nel mondo greco-romano, la sacra barca della dea Iside era consacrata a Dioniso con il suo emblema: il bastone fiorito.

L'albero della nave fioriva in tanti grappoli d'uva, come ci racconta l'Inno Omerico a Dioniso, e ci mostra una famosa coppa da Vulci:

« Poi dall'alto della vela germogliò una vite,
da entrambi i lati, e penzolavano giù molti
grappoli; attorno all'albero si avvolgeva un'edera scura,
densa di fiori, e vi crescevano amabili frutti
» [3]



Negli emblemi di Parigi rimane una traccia preziosa di questo mito della fertilità:
la vela della barca con il 'giglio' di Francia o tirso è l'ultima traccia dell'albero fiorito sulla nave di Dioniso.


Note alle immagini ---

_Il vaso [sopra] con il mito dell'albero fiorito sulla barca, proviene dall'Antikensammlungen di Monaco [545-530 a.C.] :
a questo vaso è dedicata una pagina su Wikipedia.

_La miniatura con Iside sul vascello è tratta da Giovanni Boccaccio, De Claris mulieribus.
Il manoscritto (1403) è presente, integralmente scansionato, nel sito della Bnf [ms. fr. 239].


Note al testo ---

[1] Lo storico dell'arte lituano Jurgis Baltrusaitis citava tutta la leggenda in "Le Isidi di Gilles Corrozet" ne La ricerca di Iside: saggio sulla leggenda di un mito, Adelphi, Milano 1985.
I passi qui citati sono a pp. 60-61.


Baltrusaitis citava anche una nota di Jean Miélot, segretario di Filippo il Buono, in cui si ricordava che il nome di Parigi derivasse dal culto di Iside:

« Io [sacerdotessa cornuta, con le sembianze di una vacca] fu chiamata altresì Iside, da cui venne il nome Parigi o Parisius, da para, vale a dire "presso", e da Iside, cosicché Parigi è una città sita "presso Iside", ossia presso Saint-Germain-des-Prés dove il suo idolo era un tempo e ancora vi si vede oggigiorno. »


[2] Il libro di Anatole de Coëtlogon, Les armoiries de la ville de Paris (1874-1875), si può consultare integralmente su Gallica.
Contiene bellissimi stemmi antichi, anche a colori.
Riporto qui sotto uno degli emblemi di Parigi con veliero...


[3] Cfr. Inno a Dioniso (vv. 35-41) in Inni Omerici, Rizzoli Bur, Milano 1996, p. 185.


Post correlato ---

Per capire il culto isiaco, radicato anche nelle città a nord del Mediterraneo, vedi il post precedente:
La Madonna del Mare e la barca di Iside.

giovedì 14 maggio 2020

La Madonna del Mare e la barca di Iside.



In un manoscritto francese dalla Bnf di Parigi sul De mulieribus claris di Boccaccio, trattato sulle donne famose dell'antichità, vediamo la dea Iside remare a bordo della sua barca, alla ricerca del corpo di Osiride [1].

Sulla prua dell'imbarcazione campeggia una simpatica testa di toro:
è l'emlema della dea, con le corna che svettano sul suo copricapo e che richiamano il crescente lunare.

Al Museo di Antichità di Trieste troviamo diverse statuette di questa tipologia: il culto Isiaco era infatti molto fiorente nella città giuliana, per i suoi traffici commerciali con il nord Africa...


Iside aveva le corna perché legata alla Luna, e quindi al dio Apis.

Ecco il dio-toro fluttuare sospeso nel cielo in un dipinto di Filippino Lippi dalla National Gallery (1490): da notare il crescente lunare che il toro ha impresso sul corpo...


Gli ebrei in fuga dall'Egitto, non avendo fiducia nel Dio di Mosè, fusero con i loro monili una statua con le fattezze di Apis: il famoso Vitello d'oro.
Il libro dell'Esodo ci narra il fatto:

« Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne.
Egli li ricevette dalle loro mani, li fece fondere in una forma e ne modellò un vitello di metallo fuso.
[1] »

La caccia al toro era praticata in tutte le città antiche in cui era forte il culto di Osiride-Apis (Osorapis, cioè Serapide nel mondo ellenistico), e del suo omologo greco Dioniso.

Euripide lo scriveva nelle sue Baccanti:
Dioniso fu concepito con le corna taurine...

« [Zeus] generò infine, quando le Moire
sancirono il giorno, un dio dalle corna di toro
»
(Cfr. Baccanti, vv. 99-100)

Giuliana Pistoso in Erodiade e Gesù ci racconta la caccia al toro che praticavano le sacerdotesse di Dioniso...

« Delle Baccanti si racconta il rito notturno dell'inseguimento del toro o, più spesso, di un cerbiatto simbolizzante il dio.
L'animale veniva raggiunto e ucciso, la sua carne veniva divorata cruda (omofagia) e il suo sangue veniva bevuto per entrare così nella più stretta comunione col dio
. [2

In Età moderna rimanevano ancora tracce evidenti di questo rito.


A Trieste, Antonio Cratey nella Perigrafia dei nomi imposti (1808), consultabile anche su Google Libri, racconta che ci fosse perfino un'area della città (l'attuale piazza del Teatro) deputata alla caccia del toro...

« […] e ridotto il terreno ad uso di squero, che poscia fu racchiuso, ed in esso si facevano da principio nel carnovale le caccie del toro [3] »

Da dove veniva questo gioco sanguinario?


Un indizio lo si può ricavare proprio studiando lo stradario triestino.

M'interessa il nugolo primitivo di stradine che dal molo portavano su per il colle, e soprattutto una di queste strade:
via della Madonna del Mare...


Ma che c'entrava la Madonna del Mare con l'antica barca di Iside?

Il grande linguista toscano Mario Alinei, parlando dei carri di Carnevale, ci fornisce un altro indizio da non sottovalutare...

« È infatti evidente, a mio avviso, che il nome del Carnevale deriva invece da carrus navalis.
Già diversi autori e studiosi del secolo scorso [...] avevano raggiunto la conclusione che il carro navale che si nasconde dietro il nome del Carnevale era il navigium Isidis

Il navigium Isidis era il carro "della dea Iside, portata in processione su un battello a ruote come patrona dei navigatori, tra le danze e i canti della popolazione"

[...] E non a caso i più famosi Carnevali, con i loro “carri navali” allegorici, sono quelli che si festeggiano, o si festeggiavano, in città sul mare, come Viareggio, Venezia e Rio de Janeiro, o su grandi fiumi, come Colonia e Basilea sul Reno, e Roma sul Tevere.

Come si vede, tutte queste località sono marittime o fluviali, ciò che conferma che il culto di Iside e del suo navigium, così come quello di Maria Stella Maris, era originariamente caratteristico delle popolazioni portuali.
[4] »


Ne Le imagini degli Dei degli Antichi del reggiano Vincenzo Cartari, si vede appunto la dea Iside che regge un veliero: sopra, una xilografia dall'edizione padovana del 1615.

Il toro che si cacciava in tutto il mondo greco in onore di Dioniso, era associato in Egitto al suo omologo Osiride.
Secondo Plutarco, il toro era una cosa sola con Osiride...

« Apis è l’immagine vivente di Osiride, e la sua nascita avviene quando dalla luna cade un raggio di luce fecondante e va a colpire una mucca in calore. È per questo che Apis, col suo mantello misto di chiaro, grigio e nero, somiglia molto ai vari aspetti della luna. [5] »

Il dio-toro era generato dalla luna [Iside], e non è certo casuale che alla Madonna si associasse il crescente lunare.

Stessa storia nella mitologia greca: Dioniso dalle corna di toro, generato da Semele -una variante linguistica della dea Luna Selene, secondo Robert Graves...

« Semele era onorata ad Atene durante le Lenee, cioè la Festa delle Donne Invasate, quando un giovane toro, che rappresentava Dioniso, era tagliato in nove pezzi e sacrificato alla dea; un pezzo veniva bruciato e il resto divorato dai fedeli.

Semele viene di solito interpretata come una variante di Selene ("luna"), e nove era il numero tradizionale delle orgiastiche sacerdotesse della Luna che prendevano parte a tali feste
[6] »

Ecco le due divinità, Madre e Figlio, Semele e Dioniso, in un vaso (Kylix) dal Museo Archeologico di Napoli...


La Luna era associata al mare.

Su un capitello del tardo Medioevo (XV secolo) al Palazzo dei Dogi a Venezia, vediamo scolpita chiaramente questa simbologia:
la Dea che regge la luna, naviga a bordo di una barca.


Certo non è casuale che la Luna partorisse nella mitologia greco-egizia un toro 'solare' [Dioniso-Apis-Osiride], destinato ad essere ucciso.

La simbologia fu ripresa dai predicatori cristiani del Tardo Impero: qui sotto, ne vediamo un risultato...




Note alle immagini ---

_Sopra, disegno dal frontespizio della Vita di S. Filippo Neri fiorentino, scritta da Pietro Giacomo Bacci e stampata "in Roma, appresso Vitale Mascardi", 1646.
La simbologia della Luna (la Madonna) che contiene il Sole (Gesù) eredita il rapporto Iside-Horus dalla religione egizia:
Iside cornuta, dea della Luna, partorisce la divinità solare Horus.

_Il disegno con la testa di toro (quinta immagine nel post) è tratto da Richard Payne Knight, Le culte de Priape et ses rapports avec la théologie mystique des anciens, Bruxelles 1883.
Nel sito Archive.org è possibile visionare l'Opera con il disegno citato, che attesta i poteri di fertilità del toro nella cultura antica.

_La Perigrafia dei nomi imposti si può visualizzare, ad alta risoluzione, anche nel sito della Università degli Studi di Trieste: clicca qui per essere reindirizzato al file .pdf.


Note al testo ---

[1] Cfr. La Sacra Bibbia, Libreria Editrice Vaticana, 2008, Esodo, 32, 3-4.

[2] Cfr. Giuliana Pistoso, Erodiade e Gesù, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 1998, p. 17.

[3] Cfr. Antonio Cratey, Perigrafia dell'origine dei nomi imposti alle androne, contrade e piazze di Trieste, presso la tipografia di Gasparo Weis, 1808, p. 256.

[4] Cfr. Mario Alinei, Carnevale: dal carro navale di Iside a Maria Stella Maris, Tavarnuzze (Firenze), p. 7.
L'articolo di Alinei è consultabile anche nel sito di Continuitas.

[5] Cfr. Plutarco, Iside e Osiride, traduzione e note di Marina Cavalli, Adelphi, Milano 2009, p. 93.

[6] Cfr. Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 1983, p. 48, nota 5.

domenica 12 aprile 2020

La Madonna come antidoto agli dèi pagani.


Come mai tutti gli eremi francescani primitivi sono tappezzati di Madonne?

Alle Carceri di Assisi Francesco iniziò la sua 'colonizzazione' da una cappellina, che da allora fu detta Santa Maria delle Carceri...


Al tempo di san Bernardino, i frati ci tenevano ancora tanto a questo andito ricavato su un costone della montagna da scegliere di murarlo nel loro nuovo convento.


Per riprendere possesso delle vecchie cappelle abbandonate dai monaci benedettini, san Francesco (e i frati) dovettero sloggiare ladri e pastori che spesso sostavano nelle grotte adiacenti agli eremi, e che professavano culti superstiziosi.

Soprattutto quello di un'antica dea romana dei ladri: Laverna.

Padre Salvatore Vitale nel suo Trattato sul Monte Serafico della Verna narra come il culto di questa dea infestasse le alture del Casentino, prima che i frati le colonizzassero...

« De' ladroni se fu questo monte, ed à lor Dea in questo luogo, dove hor è 'l Tempio della Madonna, cioè la Chiesa piccola, era il suo Tempio [1]. »



La dea Laverna fu sostituita dai frati con il culto della Madonna, a cui i malviventi divennero molto devoti, come ci mostra questa bella incisione del 1836 da L'Italia illustrata di Audot: il Brigante depone le armi davanti a un'edicola mariana...


Questa bonifica dal 'Male' non si manifesta solo alla Verna in Casentino, ma in molti eremi francescani.

Al contrario di quello che vorrebbero farci credere gli agiografi, la scelta di luoghi malfamati dove far attecchire la predicazione francescana non era affatto dettata dall'ascetismo, ma da una precisa strategia di controllo del territorio.

Una prova? I continui combattimenti di Francesco (e degli altri frati) contro i diavoli che infestavano gli eremi.
Il frate e vescovo Francesco Gonzaga nel suo trattato in latino sulle Origini del movimento francescano, è molto chiaro sulla lotta alle Carceri di Assisi, che aveva poco di mistico e molto di 'fisico'.

« cum demone luctas, de quibus victoriam retulit [2] »


Scontri cruenti, che si concludono alle Carceri con il diavolo che viene precipitato nel burrone...

« avendo il demonio tentato il p. san Francesco, restato vinto, si sprofondò quivi [3] »

Il dirupo ancora oggi, visto aggrappati al muro delle Carceri, fa una certa impressione...


Alla Verna invece è il diavolo ad avere la meglio, ma Francesco dalla colluttazione rimane (miracolosamente) illeso: il masso di roccia si trasforma in un giaciglio di cera per il corpo del Santo!

« [...] ecco venire il Demonio con grand'impeto, & aspetto horrendo, e volle pigliare San Francesco, e gettarlo giù a terra di quel precipizio; ma San Francesco non havendo altro refugio, e non potendo fuggire, si voltò con tutto il corpo nella sinistra parte, abbracciando il sasso con le mani per attenersi, e la dura pietra si convertì in teneritudine [1]. »



La lotta contro i diavoli coinvolgeva altri frati, oltre Francesco.
Ecco un diavolo scaraventato giù nel burrone da frate Rufino, alle Carceri...

« Ritornò fra Rufino e tornando di novo il diavolo in forma di crocefisso, fra Rufino li disse quanto di sopra, et il diavolo si precipitò per il fosso in giù, in sino al piano, conducendo seco grosse pietre indietro, et fu tanto il rumore, che si spaventò la cità et se sentì alla Madonna delli Angeli et il padre san Francesco disse a tutti alegramente che fra Rufino hauta victoria contro il diavolo [3]. »

E il toponimo Le Carceri?
Non è un'invenzione di Francesco!
Già esisteva, tanto da essere menzionato in una Bolla di papa Innocenzo III come proprietà vescovile nel 1198, citata da quel grande storico locale che fu Arnaldo Fortini:

« La bolla di Innocenzo III del 1198 attribuisce al Vescovo di Assisi piena giurisdizione, fra l'altro, sui seguenti luoghi: capellam que est in cacumine montis sancti Rufini, carcerem de Templo cum toto colle qui dicitur regalis [4] »

Il Collis regalis, citato nelle fonti, era contrapposto al Collis Infernus, che sorgeva molto più in basso.

Sui due 'colli' [si tratta in realtà di due punti diversi del Monte Subasio], i frati eressero la Basilica di San Francesco [prima più piccola, poi raddoppiata sopra].
E in alto, l'Eremo delle Carceri, appropriandosi di due siti malfamati: il primo per le esecuzioni capitali, l'altro come rifugio dei malviventi.



Padre Benvenuto Bazzocchini narra nella Cronaca della Provincia Serafica edita a Firenze nel 1921, come San Francesco avesse sentito il bisogno d'intitolare il tempio che sorse presso 'le Carceri' proprio alla Madonna:

« Sul fianco destro della chiesina si apre un'altra porta che mette in una piccolissima cappella, quella stessa che il padre San Francesco trovò nascosta e forse abbandonata nella solitudine delle Carceri:
    Sancto Francischo puose a questa cappella il nome di
    Sancta Maria [5]. »

Un combattimento durissimo contro il diavolo:
ma chi c'era davvero dietro questo 'diavolo'?

« Ficcando gli occhi per i fori della pietra, si vede uno sprofondo, che la tradizione chiama il buco del Diavolo: "Avendo il tentatore maligno investito il Padre S. Francesco mentre egli stava in orazione nella sua grotta, fu dal Serafico campione debellato e vinto e subissato all'Inferno... lasciando in tale sconfitta e subissamento la indicata apertura o più propriamente voragine [5] »



Note alle immagini ---

_L'Opera di Audot, con la relativa immagine citata, si può consultare su Google Libri.

_La nicchia con la pittura della Madonna con Bambino in apertura del post, costituiva il primitivo luogo di culto francescano chiamato 'Chiesa di Santa Maria delle Carceri', di cui parla padre Bazzocchini in [5].


Note al testo ---

[1] Cfr. Monte Serafico della Verna [...] Descritto dal r.p.f. Saluatore Vitale sacerdote, in Firenze, 1628, pp. 9, 11 e 80.
Su Google Libri trovi il volume interamente scansionato.

[2] Cfr. Francesco Gonzaga, De origine seraphicae religionis franciscanae, Romae, 1587, p. 158.
Anche questo libro si trova scansionato su Google Libri.

[3] Cfr. Breve narratione di S. Maria delle Carcere d'Assisi, Appendice « Documenti » in Marcella Gatti, Le carceri di San Francesco del Subasio, a cura del Lions club, Assisi 1996, pp. 159-160.

[4] Cfr. Arnaldo Fortini, Nova Vita di S. Francesco, S. Maria degli Angeli, 1959, Volume III, pp. 149 e 543 [citazione e testo completo della Bolla].

[5] Cfr. Padre Bazzocchini, Cronaca della Provincia Serafica di S. Chiara d'Assisi, Firenze 1921, pp. 64 e 67.


Post correlato ---

Sull'origine 'criminale' delle Basiliche di Assisi, citata a metà Ottocento da padre Giuseppe Fratini, vedi Edilizia francescana: sotto il Sacro Convento, le forche del boia...