domenica 22 settembre 2019

Serpenti Sacri: la Nutrice. Dalla dea Minoica a santa Verdiana.


L’allattamento al seno e il nutrimento dei serpenti sono un binomio tipico dei culti arcaici.

Il pittore Tommaso del Mazza lo proponeva in una pala gotica (1390) con una impaginazione speculare:
sopra la Madonna che allatta il bambino e sotto una teoria di santi, tra cui spunta una donna con un cestino in mano e due serpenti al fianco: Santa Verdiana...


Verdiana da Castelfiorentino è una santa medievale coeva di san Francesco, poco conosciuta fuori dal circondario fiorentino.

A lei le agiografie attribuivano il ruolo di Nutrice dei serpenti.
Nella pala trecentesca che la celebra, due lunghi serpenti sono al suo fianco. Gli stessi serpenti si ritrovano effiggiati sulle porte del Santuario a Lei dedicato a Castelfiorentino...



Secondo le agiografie, i due serpenti s'introducevano nella sua cella di penitenza per essere da Lei nutriti. E se qualche volta mancava di farlo, dispensavano frustate con le loro code...

« [...] et quando veniva caso che allora mancasse il cibo, irati contro a lei si levavono et con le code loro gravemente la battevono et alcuna volta sì crudelmente la batterono, che più dì ne stava a diacere et poco si poteva levare [1]. »

Un affresco di età rinascimentale di Paolo Schiavo presso la chiesa di san Barnaba a Castelnuovo d'Elsa, ci ricorda il flagello serpentino patito da Verdiana:

    VIRULENTOS ANGUES PAVIT.



Il popolo di Castelfiorentino, preoccupato per l'incolumità della Sua figlia prediletta, avrebbe dato mandato di uccidere una delle due serpi, gettando Verdiana nello sconforto. Dalla morte della bestia, Vediana intuì la sua prossima fine...

« [...] erono grossi et grandi et assai orribili et spaventevoli, et con armi et altri fusti puosono in agguato et, in conclusione, aspectando quando uscissono fuori i decti serpenti, uccisono l'uno, l'altro scampò et mai più non fu veduto, la qual cosa fu a sancta Verdiana in grande dispiacere

[...] Et per questo, inspirante lo Spirito Sancto, intese il termine della sua vita non esser troppi dì lungi
[1] »

Lo strano mito di Verdiana non è altro che la traduzione agiografica di un mito classico romano: la dea Igea Nutrice dei serpenti.

I musei archeologici in giro per il mondo conservano diverse statue con Igea che nutre i serpenti: perfino al Museo Archeologico di Trieste mi è capitato di trovare un bronzetto, con la dèa che allunga un piattino al rettile...


Che fine farà il serpente della dea Igea?

Terribile. La stessa che secoli dopo toccherà a quello di Verdiana: ucciso a bastonate dal padre di Igea, il dio Asclepio.

Asclepio si approprierà dell'egida del serpente, che in origine apparteneva alla dea Igea, ostentandolo nelle sue statue sul proprio bastone, come si vede per esempio ai Musei Vaticani...


L'uccisione del serpente (e la conseguente morte di Verdiana) seguono precisamente la mitologia greca, in cui la rimozione del culto della Grande Madre è attuata attraverso l'eliminazione fisica dei suoi paredri serpentini.

Studiando l'evoluzione di questo mito antico si può arrivare addirittura alla sua sorgente egizia!

Tutto nasce da un culto della fertilità:
i rettili che succhiano le poppe della Nutrice.
È una delle più antiche immagini del divino che conosciano.

Una statuetta in terracotta dal Museo di Antichità Egizie di Monaco ci mostra la dea Neit che fa succhiare le sue mammelle a due coccodrilli...


Il linguista Mario Alinei dimostrava nella sua Teoria della continuità che i poteri divini primitivi erano associati al tettare, cioè al ricevere nutrimento attraverso le 'tette'.
La divinità quindi non poteva essere di sesso maschile...

« L’origine del nome di Dio può sorprenderci: il latino deus, infatti, imparentato con il greco theós (da cui Zeus), è collegato alla radice indeuropea *dhei- che significa ‘nutrire, allattare’ (si pensi al greco tithéne ‘nutrice’, titthe ‘mammella’, thelys ‘che nutre, femminile’) e sembra pertanto riferirsi alla Grande Madre delle società pre-neolitiche [2]. »

Questo concetto diventa limpido nella famosa statuetta della Dea Minoica dei serpenti, che fa succhiare ai rettili i suoi due capezzoli a seno nudo.


Quando si affermò la società micenea patriarcale, cambiò anche il lessico mitico con una vera strage di serpenti:
    _ Apollo che abbatte il serpente Pitone, per impadronirsi dell'Oracolo della Pizia a Delfi;
    _ Argo che uccide il mostro serpentino Echidna;
    _ Ercole che abbatte il serpente Ladone;
    _ Perseo che recide la testa serpentina della Medusa.

Il culto matriarcale era stato rovesciato, e con la Grande Madre scomparvero anche i serpenti, suoi attributi di potere.

Il mitologo inglese Robert Graves lo spiega bene ne I Miti Greci.

Il serpente Pitone aveva la funzione di allontanare quanti volessero infastidire la profetessa.
Ucciderlo significava appropriarsi dell'Oracolo della Pizia...

« Apollo che uccide il Pitone a Delfi pare ricordi gli Achei che conquistarono il santuario della Madre Terra cretese [3]. »

« A Delfi uccisero il serpente sacro (un serpente analogo veniva custodito nell'Eretteo ad Atene) e si assunsero la tutela dell'oracolo in nome del loro dio Apollo Sminteo [3]. »

Il culto di Atena, in origine, era chiaramente matriarcale.
Atena era una dea dei serpenti che scorazzava a bordo del suo carro, tutta bardata di serpenti, come ci mostra una pittura vascolare a figure nere dal Museo Archeologico di Trieste...


L'invasamento serpentino che colpiva le devote della Grande Dea greca, era lo stesso che caratterizzava le seguaci della dea marsicana Angizia, e che la Chiesa incluse nel culto di san Domenico da Foligno, il santo dei serpari.

San Domenico da Foligno –un po' come avevano già fatto Apollo con il serpente Pitone della Pizia, ed Esculapio con il serpente di Igea– aveva assorbito le pratiche dei Cerretani (i sacerdoti di Cerere), appropriandosi dei serpenti di Angizia!

Una cartolina illustrata da Basilio Cascella dal titolo Il rito delle serpi nel 1905, descrive la processione del Santo nel paesino abruzzese di Cocullo; e il trasporto a cui soprattutto le donne si abbandonavano, legandosi i serpenti al corpo...


Nel mondo antico allevare i serpenti e prendersi cura di loro era una pratica cultuale diffusa.

Nutrire i serpenti era così importante in certi templi, da essere un vero e proprio rito da osservare.
Friedrich Nietzsche scriveva in proposito:

« Nella cella del tempio di Asclepio a Pitane i serpenti strisciavano in giro così liberamente che non si osava varcare la soglia della stanza prima di avere depositato per loro, di fronte alla porta, un'offerta di cibo [4]. »

Il mitologo scozzese John Arnott MacCulloch nel suo articolo sull'Adorazione del Serpente (Serpent Worship) riprendeva un'informazione da Luciano di Samosata, secondo cui le donne macedoni allattavano i serpenti con il proprio seno...

« In quel luogo [Pella, Macedonia, n.d.a.] vedono serpenti enormi, ma del tutto docili e mansueti, al punto che sono allevati dalle donne e dormono con i bambini, si lasciano calpestare, non si ribellano se li si stringe, e succhiano il latte dalla mammella come i neonati [5]. »

I predicatori cristiani edulcorarono questa immagine.
Santa Verdiana non nutriva più i serpenti con il proprio seno, ma traendo grappoli d'aglio dal cestino, come ci mostra una pittura dal Palazzo comunale di Castelfiorentino...


Proprio l'aglio!
Un antistregonico formidabile
, utile a scacciare non solo le streghe ma gli stessi serpenti secondo Francesco Sansovino, dalla Materia Medicinale del 1547...

« Lo aglio ha gran forza & ha grand'utilità contra le mutationi dell'acque, & di qualunque altro luogo.
Col suo odore caccia i serpenti e gli scorpioni
. »

Il fatto che i serpenti fossero attratti dall'aglio di Verdiana, era la prova schiacciante dei suoi poteri numinosi.


Ho riportato solo qualche indizio per riassumere la controversa storia dei Serpenti, e la fama della loro mitica Nutrice.

Se v'interessa approfondire questa storia, ecco il libricino che dedico al tema...



Note al testo ---

[1] I brani dalla Vita II di Lorenzo Giacomini si trovano riportati per esteso in Verdiana da Castelfiorentino: contesto storico, tradizione agiografica e iconografia,
a cura di Silvia Nocentini, SISMEL - Edizioni del Galluzzo, Tavernuzze di Impruneta, 2011, pp. 126-128.

[2] Cfr. Mario Alinei e Francesco Benozzo, DESLI - Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana. Come nascono le parole, Pendagron, Bologna 2015, p. 63.

[3] Sul retroscena storico dell'uccisione del serpente Pitone a Delfi, vedi due passi distinti de I Miti greci:
Introduzione a p. 9 e Carattere e imprese di Apollo, p. 70.

Cfr. Robert Graves, I Miti greci, Longanesi & C., Milano 1999.

[4] Cfr. Friedrich Nietzsche, Il servizio divino dei greci, Adelphi, Milano 2012, pp. 106-107.

[5] Cfr. Luciano di Samosata, Alessandro o il falso profeta, traduzione e note di Loretta Campolunghi, Adelphi, Milano 1992,
pp. 55-56.

_Nota: Luciano si riferisce ad Alessandro di Abonutico, il "falso profeta" che aveva messo in piedi il culto del serpente Glycon.


Note alle immagini ---

_L'icona con Santa Verdiana e i serpenti, proviene dal Museo del Santuario di Castelfiorentino.
Per questa e le altre immagini sul culto di Verdiana presenti nel post, vedi Verdiana da Castelfiorentino: contesto storico, tradizione agiografica e iconografica, a cura di Silvia Nocentini, Edizioni del Galluzzo, Tavarnuzze di Impruneta, 2011.

_Ho tratto la cartolina con "Il rito delle serpi" da La cartolina art nouveau di Giovanni Fanelli ed Ezio Godoli, Giunti-Martello, Firenze 1985, p. 279.

domenica 30 giugno 2019

Lo sciamano insanguinato. Convegno a Perugia: pillole introduttive.


Il grande Uccello che appare allo sciamano e gli trasmette i suoi poteri curativi, è un'immagine molto radicata nei popoli primitivi.

Interessante in proposito un libro* con i racconti sulla vita polare dell'antropologo Knud Rasmussen, deliziosamente illustrato negli anni sessanta dagli artisti Inuit Kiakshuk e Pudlo...



Lo sciamano invoca l'Uccello, ed alla fine questo gli appare.
Ecco il testo della preghiera rivolta dallo sciamano, affinché
l'Uccello si manifesti
:

    You GULL up there dive down
    come here
    take me with you in the air!

    Oh GABBIANO lassù, scendi giù
    vieni qui
    portami con te nell'aria!

L'Uccello allora arpiona lo sciamano con i suoi artigli e lo conduce nei reami celesti, come ci mostra l'illustrazione di Pudlo...



È curioso che la più nota visione di san Francesco, culminata sul monte della Verna con l'Impressione delle stimmate, segua nella sostanza il mito sciamanico del grande Uccello.

Atterrito dalla visione del Serafino, Francesco trova nel suo corpo le ferite taumaturgiche –prodotte dalla suggestione o da una vera violenza fatta sulle sue carni dal Serafino-Uccello?

Tommaso da Celano, il primo biografo di Francesco, nella Vita Prima narrava la vicenda in modo sibillino, lasciando aperta la strada alle interpretazioni sul rapporto tra Francesco e l'Angelo-Uccello...

« Mentre non riusciva a capire nulla di preciso e la novità di quella visione si era impressa nell'animo, ecco che nelle sue mani e piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quell'uomo crocefisso.
Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande
**. » (ff 485)

Per evitare che l'episodio fosse mal interpretato, nelle Considerazioni sulle Sacre Sante Istimmate l'autore metteva le cose in chiaro: la visione era frutto dell'immaginazione di Francesco, e nessuno aveva mai fatto violenza sulle carni del santo!



« [...] non per martirio corporale, ma per incendio mentale egli doveva essere tutto trasformato in nella ispressa similitudine di Cristo crocifisso**. » (ff 1920)

La figura alata era quindi frutto di follia?

Nel Trattato De Adventu fratrum Minorum in Angliam si trova invece una versione (ben) diversa!
Una nota presente nel testo c'informa che « quell'apparizione era stata molto più evidente di quello che si era scritto nella vita di lui ». In breve:
il Serafino avrebbe fatto violenza fisica sul Santo!

« San Francesco però aveva rivelato a frate Rufino, suo compagno, che, quando aveva visto l'angelo ancora da lontano, ne era rimasto molto spaventato e che l'angelo l'aveva colpito duramente, e gli aveva detto che il suo Ordine sarebbe durato fino alla fine del mondo**. » (ff 2519)



Proprio la violenza fisica fatta dal Serafino a san Francesco fu edulcorata dagli agiografi, con la storia dell'Impressione delle stimmate sulle carni del Santo.

Nelle pratiche sciamaniche, lo spirito che si manifesta terrorizza lo Sciamano, e infonde i poteri taumaturgici attraverso una vera colluttazione che culmina con il suo smembramento.
Al risveglio dalla trance, lo sciamano può operare le guarigioni con le ferite sanguinanti, che lo consacrano davanti alla comunità come detentore del sacro.

Knud Rasmussen in Aua enumerava diversi spiriti guaritori eschimesi, alcuni dei quali si erano manifestati in modo così spaventoso allo Sciamano che egli non aveva avuto il coraggio di assumerli come Spiriti Guida:

« Lo spirito fece ad Anarqaoq un effetto così violento nel suo silenzioso orrore che egli fuggì senza averne fatto uno spirito ausiliario***. »


Sempre Rasmussen in Aua parlava della colluttazione tra gli Spiriti e lo sciamano, da cui quest'ultimo rimaneva ferito, addirittura sanguinante...

« Lo sciamano rimase fuori una mezz'ora e al ritorno la sua pelliccia aveva le maniche e la vita strappate e l'uomo aveva braccia e mani piene di sangue.
Ansimava pesantemente, come se fosse in preda a un enorme sfinimento, e crollò a terra
***. »

La visione del grande Uccello era meravigliosa e insieme terribile.
La violenza inferta dagli Spiriti era ciò che conferiva allo Sciamano i suoi poteri, come Rasmussen ribadiva appena qualche pagina dopo...

« Così secondo Aua c'erano due modi per diventare sciamano:
si andavano a cercare gli spiriti nella solitudine oppure essi venivano spontaneamente dall'uomo in un modo misterioso e violento
***. »

Mircea Eliade spiegava tutti questi passaggi nel suo famoso libro:
Lo Sciamanismo e le tecniche dell'estasi...



« [...] ogni sciamano ha un Uccello Rapace-Madre che rassomiglia ad un grosso volatile, con un becco di ferro, artigli adunchi e una lunga coda****. »

« [...] Quando l'anima ha conseguito la maturità, l'uccello ritorna sulla terra, taglia il corpo del candidato a pezzi, che egli distribuisce tra gli spiriti malvagi delle malattie e della morte. Ciascuno di questi spiriti divora il pezzo del corpo che gli spetta, il che ha per effetto l'acquisizione, da parte del futuro sciamano, della facoltà di guarire le corrispondenti malattie****. »

Dopo che Francesco ha avuto alla Verna la visione (violenta!) del Serafino, nel viaggio di ritorno verso Assisi ad ogni paese una folla lo acclama come « Santo », supplicandolo di operare guarigioni.

Le Considerazioni sulle Sacre Sante Istimmate lasciano intuire la stretta continuità tra il prodigio francescano e le pratiche curative primitive dei medicine man...

« Il dì medesimo passò santo Francesco per lo borgo a Santo Sepolcro; e innanzi che s'appressassi al castello, le turbe del castello e delle ville gli si feciono incontro, e molti di loro gli andavano innanzi co' rami d'ulivi in mano, gridando forte:
"Ecco il santo, ecco il santo!";
e per divozione e voglia che le genti aveano di toccarlo faceano grande calca e pressa sopra lui
**. » (ff 1927)

La visione francescana era del tutto spontanea, oppure fu una stregoneria calcolata nei dettagli?

Sfiorerò il tema domenica 14 luglio in un intervento all'Agriturismo "Il Poggiolo" vicino Perugia, intorno alle ore 17 e 30:
l'ingresso al Convegno è libero...



Note al testo ---

* Cfr. Knud Rasmussen, Eskimo Songs and Stories. Collected by Knud Rasmussen on the Fifth Thule Expedition. Selected and Translated by Edward Field, Delacorte Press, S. Lawrence, 1973.

Consultabile interamente, previa registrazione, sulla biblioteca digitale statunitense Archive.org.

** Per le Fonti Francescane, vedi la traduzione edita dalle Editrici Francescane a Padova nel 2004.

*** Cfr. Knud Rasmussen, Aua, a cura di Bruno Berni, Adelphi, Milano 2018, p. 114, p. 135 e pp. 188-189.

_Si tratta di una traduzione del resoconto della Quinta Spedizione Thule (1921), pubblicato da Adelphi con il titolo di Aua (nome di uno degli sciamani consultati dall'antropologo danese).

****Cfr. Mircea Eliade, Lo Sciamanismo e le tecniche dell'estasi, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, p. 56.


Post correlati ---

_Sull'uso del sangue e sul ferimento rituale nelle iniziazioni sciamaniche, vedi il post: Il potere del Sangue nelle società primitive da San Francesco a Jodorowsky.

_Sulle origini pagane del Santuario francescano de La Verna, teatro del prodigio, vedi il post: Laverna, l'oscura dèa senza corpo.

_Sull'uso di funghi allucinogeni associato all'episodio, vedi il post:
I funghi e le stimmate: una visione serafica o allucinogena?

martedì 14 maggio 2019

Caccia al tesoro : le chiavi di san Pietro nella valle di Giano.



La toponomastica di una città come Perugia è così farcita da elementi del vecchio paganesimo, che spesso ci vogliono letture alquanto polverose per riportarli alla luce.

Cominciamo da un cartello, in apparenza anonimo, posto nel contado perugino a lato del Cimitero e a pochi chilometri dall'abbazia di san Pietro: strada di Valiano...



Scendendo da questa stradina, l'abbazia spicca sul promontorio con il suo campanile gotico che domina la Valle.
Lo spettacolo è suggestivo, ma sembrerebbe solo una nota turistica estemporanea...




Valiano: da dove viene questo strano toponimo?

Per schiarirci le idee -dicevo- dobbiamo ricorrere ad un testo (piuttosto) datato: Perugia augusta descritta da Cesare Crispolti perugino, stampa del 1648*.


Nelle prime pagine della sua guida turistica alle antichità perugine, Crispolti lega la fondazione di Perugia al culto di Giano scrivendo di una valle a lui consacrata...

« Sotto i colli, ove è situata Perugia ornati da tutte le bande di vaghi e dilettevoli giardini e di honorate habitationi, da Levante hanno la Valle di Giano amenissima & di gravissimo aspetto, che si distende quasi fino al Tevere, il quale è lontano da quella banda non più di due miglia [...] »

E in cima alla valle, pare svettasse il tempio di Giano...

« Hanno parimente giudicato che Giano sia stato il primo fondatore di Perugia [...] in confermatione di ciò può essere argomento il nome della valle sotto le proprie mura della nostra città, chiamata Valliano, nella cima della quale era già un Tempio dedicato ad esso Giano, del quale perfino ad hoggi resta qualche vestigio** »


Informazione questa che Crispolti conferma anche in una serie di appunti con qualche cancellatura mai dati alle stampe, che presso la Biblioteca Augusta sono catalogati come MS 1256.
Alla carta 47 recto si legge...

« Cose notabili fuor di Perugia, per il suo territorio ---

La chiesa della Trinità fuori della Porta San Pietro lontana quasi un mezzo miglio dalla città, si crede che fosse già il tempio di Giano dal quale tempio, e Dio, prendette poi il nome la valle soggetta chiamata hoggi Valliano
. »


I predicatori cristiani per convertire in modo agevole alla nuova dottrina, fecero una serie di associazioni iconografiche tra gli dèi pagani già venerati, e i nuovi santi di cui erano portatori.

Pierre Saintyves, in uno studio che ho recentemente pubblicato tradotto in lingua italiana, notava la sovrapposizione di san Pietro a Giano attraverso il comune denominatore delle chiavi...

« Le chiavi di Pietro fanno dimenticare quelle del vecchio Giano***. »

Ma cosa c'era sopra la Valle di Giano, cioè a Monterone, sulla collinetta dove oggi sorge il cimitero?
Ciò che il Crispolti scrive nel foglio successivo [carta 48r], è ancora più suggestivo...

« Monterone:
In questa parte vogliono gli scrittori, che fosse edificata da Giano la sua Turrena Augustale, alla quale venivano i Lucumoni overo presidenti di XII contrade a cento giorni dalla luna nuova, ad honorarlo e riverirlo*. »



La presenza del cimitero sopra la Valle di Giano è una coincidenza non così casuale!
Per quanto il Cimitero civico sia una realizzazione del tardo Ottocento, la sua ubicazione ricorda strettamente i poteri di Giano.

Come poi San Pietro avrà le chiavi del Paradiso, il dio romano con le sue due teste custodiva le porte di accesso ai due regni:
il mondo dei vivi e quello dei morti
.
Lo spiega bene Giovanni Feo nel suo saggio sugli dèi dell'Oltretomba...

« Presso gli antichi Romani il solstizio d'inverno (21 dicembre) fu detto la "porta del cielo" (janua coeli) o anche la porta degli dèi"; invece il solstizio d'estate (21 giugno) fu la "porta degli inferi" o la "porta degli uomini".

Questo simbolismo delle porte era associato al dio Giano, considerato dio dei "passaggi", degli "ingressi", degli "inizi" -e quindi delle "iniziazioni"
****. »

Varcare il confine della Porta del Cielo era troppo pericoloso per non chiedere la protezione del dio Giano che, molto prima di San Pietro, con le sue due teste ne presidiava l'ingresso.




Nota all'immagine ---

Sopra, l'ingresso al Cimitero di Perugia: a fianco è il cartello che indica la strada di Valiano.


Note al testo ---

* Il più antico esemplare che ho rintracciato di quest'opera è una ristampa del 1648, quando cioè il Crispolti (1563-1608) era già morto e sepolto da qualche decennio!

** Cfr. Crispolti, Perugia Augusta..., pp. 3 e 7.

*** Cfr. Pierre Saintyves, L'Origine del culto dei Santi, Eleusi Edizioni, Perugia 2015, p. 120.

**** Cfr. Giovanni Feo, Dei della terra. Il mondo sotterraneo degli Etruschi, Ecig, Genova 1991, p. 112.


Appunti ulteriori ---

Sul Giano guardiano del tempo, Champeaux scrive...

« Quando la religione romana attribuirà ai propri dèi sembianze umane, Giano sarà rappresentato con i tratti mostruosi di un dio a due teste, forma che traduce plasticamente la sua funzione specifica: proteggere le due parti dello spazio, le due metà del tempo, il prima e il dopo. »

Cfr. Jacqueline Champeaux, La religione dei romani, Il Mulino, Bologna 2002, p. 34.


Post correlato ---

Per il confronto iconografico tra il dio Giano e San Pietro, vedi anche il post L'origine del culto dei santi: gemellaggi pagani.

giovedì 28 febbraio 2019

Ercole e Marte: i guardiani della Porta e i due vescovi guerrieri di nome Ercolano.


Via Campo Battaglia e via Guerriera sono due viuzze medievali che da un sobborgo del centro di Perugia, conducono il visitatore alla chiesa intitolata a sant'Ercolano.







Ercolano II è il leggendario vescovo che avrebbe difeso la città dall'assalto delle milizie barbare di Totila.
I goti che assediano la città sono dipinti mentre premono sotto la Porta Marzia in un affresco di Benedetto Bonfigli (1454), dove poi sorgerà la chiesa-fortezza di Sant'Ercolano.
Da notare nell'affresco lo stendardo che pende dalle mura con lo Scorpione, segno astrologico del governo di Marte*.



Secondo padre Ludovico Jacobilli...

« Mentre il Santo Pastore governava il suo gregge [...]
Commandò esso Totila a' suoi soldati che cingessero di duro assedio la città di Perugia, finché si rendesse a lui.
Ma per esser quella città fornita di vettovaglie, & il suo popolo in arme molto valoroso, sostenne quell'assedio più di sette mesi; dopo li quali fu presa la città, essendone per avanti fuggiti molti cittadini per la fame
**. »

Per questa difesa, Ercolano sarà poi detto defensor urbis.

Il racconto si conclude con la decapitazione di Ercolano, che avviene in un giorno particolare...

« Questo martirio seguì adi I di Marzo l'Anno cinquecento quarantasei di N. S.**. »

Il culto militare del santo protettore si celebrava in memoria di quell'evento ogni Primo Marzo, come annota in maiuscolo Iacobilli nel capitolo dedicato ad Ercolano, nelle Vite de' Santi dell'Umbria...


Il primo marzo era anche (guarda caso!) l'inizio delle feriae Martis nell'Antica Roma: le feste al dio Marte.
Pare che il suo culto a Perugia sia stato implementato da Augusto dopo la vittoria nel bellum perusinum, con l'erezione di un tempio:

« Per qual cagione Augusto lassasse per testamento che in Perugia si fabbricasse un Tempio a Marte è difficile a conietturare: Svetonio nella Vita di lui racconta ch'egli in Roma ereggesse il Tempio di Marte Vultore per la vittoria ricevuta ne' Campi Filippici, con la quale vendicò la morte di Cesare; a pari di che dir potremmo ch'egli per la vittoria ricevuta in Perugia [...] lassasse per testamento che si fabbricasse questo tempio***. »

Marte nel periodo a lui dedicato, era adorato non tanto per la guerra offensiva, ma proprio come difensore:

« Mars, a cui è intitolato il mese, ha caratteristiche arcaiche di Dio connesso con la generazione e, più che con la guerra offensiva, con la protezione di ciò che è generato****. »

In una pittura votiva del Trecento alla Galleria Nazionale dell'Umbria, sant'Ercolano è raffigurato proprio come protettore, mentre stringe paternalmente a sé la città...


Anche ammettendo che la devozione per sant'Ercolano non sia altro che l'evoluzione cristiana del culto tributato a Marte, a cosa si deve il nome del santo?

Il mitologo inglese Robert Graves ne «I miti greci» enumera gli attributi di Eracle (l'Ercole greco), tra cui quello di...

--- Protettore della Città***** ---

Possiamo immaginare che un tempio ad Ercole fosse posto presso le mura urbiche, a loro protezione.

Gli storici locali, a partire già dall'erudito francescano Felice Ciatti, riconoscevano che sant'Ercolano protettore delle mura non fosse altro che l'aggiornamento del vecchio mito di Ercole.

Il vescovo perugino Ercolano II addirittura sdoppiato in due commemorazioni -primo marzo e 7 novembre* -, per conciliarne simboli e fama con il dio romano!

« ...Ercolano il Santo, come da Ercole il nome, così gli effetti contraesse; e che quinci in quella guisa, che de' molti Ercoli i fatti
[...] così di due Ercolani i fatti, ed i tempi ad un solo Ercolano da Totila fatto morire si ascrivessero***. »



Ma che ne è del primo Ercolano?

Curiosamente, un altro Ercolano sarebbe stato martirizzato secoli prima (304 d.C.) della morte del vescovo Ercolano II (546 d.C.).
Proprio sotto la Porta Marzia!

Cesare Crispolti, in quel gran guazzabuglio di santi perugini e divinità pagane che è Perugia Augusta, narrava il sacrificio dell'Ercolano minore, sottolineando le relazioni tra il martire e il vicino tempio del dio pagano...

« [...] possiamo raccorre che dedicate fosse a Marte per esser fuora dalla Città, dove era solito a tal Dio fabbricarsi, & perché a quello andavasi dalla Porta Martia, la quale penso che prendesse il nome dall'esser volta verso il detto Tempio, ovvero dai giochi Martiali, che nell'Anfiteatro ivi vicino facevansi.

[...] di questo apparisco per fin'hoggi molti vestigi [...] come anco nella vita in stampa del primo S. Ercolano Vescovo di Perugia, ove dicesi che l'anno trecentesimo quarto doppo la nascita di Christo [...] doppo varij tormenti, fu in Perugia martirizzato nell'Anfiteatro
******. »

Un dipinto del Settecento sempre alla Galleria Nazionale, ci consente di apprezzare visivamente l'evoluzione del culto.
A sinistra è l'antica porta del dio, a destra la chiesa del santo...


Durante le celebrazioni per il primo marzo, i perugini in arme onoravano il martirio dei due Ercolano con una bella sassaiola alla fine della via Campo Battaglia, che da questa ricorrenza prese il nome.

Il dio Marte non era affatto morto!


Note al testo ---

* Il periodo dello Scorpione va dal 23 ottobre al 22 novembre.
Lo Scorpione è però il domicilio ideale di Marte, la cui festa cadeva appunto al primo marzo.
Probabilmente a causa di questa ambiguità, fiorirono due feste in onore di Sant'Ercolano: 1 marzo e 7 novembre.
Questo "sdoppiamento" fu risolto dalla Chiesa prima ammettendo l'esistenza di due martiri perugini di nome Ercolano, ad ognuno dei quali assegnare un giorno:

« Ercolano I, protovescovo di Perugia, martire sotto Domiziano, celebrato il 7 novembre [...]
infine Ercolano di Perugia, martire sotto Totila, venuto dalla Siria con trecento compagni e celebrato il I marzo. »

(Cfr. Francesco Scorza Barcellona, I santi della fontana maggiore di Perugia in Il linguaggio figurativo della fontana maggiore, Calzetti-Mariucci, Perugia 1996, pp. 285-286)

Poi la Chiesa cambiò versione, scegliendo di celebrare solo uno dei due santi con un trucco:
una data era per le reliquie, l'altra per il martirio...

« L'edizione del 1940 dell'Ufficio [...] sanava un non insolito errore agiografico fissando al 7 novembre la festa di Ercolano e al 1° marzo la traslazione delle sue reliquie »

(Cfr. Bibliotheca Sanctorum, Istituto Giovanni XXIII della Pontificia Università lateranense, vol. IV, Roma 1964, p. 1307)

Il Clero perugino, prima di quella data, ci teneva molto ad esaltare i due Ercolano.
E a distinguere i poteri del secondo Ercolano dal primo!
Al punto che il reverendo padre Giovanni Battista Bracceschi ci scrisse perfino un trattatello, edito nel 1586...


Discorsi del R.P.F. Giovanni Battista Bracceschi [...] ne' quali si dimostra che due Santi Hercolani Martiri sieno stati Vescovi di Perugia, & si descrivono le Vite loro & di alcuni Santi di Spoleti

A conclusione dello scritto, si legge:

« [...] e però vedesi chiaramente che non può essere il medesimo sant'Hercolano quello di cui si fa memoria in sul principio che fu al tempo di Giuliano Imperatore, & quest'altro che fu fatto Martire da Totila Re de' Gothi. »


** Cfr. Iacobilli, Vite de' santi e beati dell'Umbria, Tomo Primo, in Foligno, 1647, pp. 295-296.

Contro il parere dello Iacobilli che lo voleva martirizzato in quel giorno, la Chiesa decise che il primo marzo fosse invece il giorno della traslazione delle reliquie di Ercolano; ciò rende ancora più sospetta l'insistenza di quella data: « [...] e lì oggi di lui se fa venerazione, e 'l dì de la sua traslazione se celebra el primo dì de Marzo onorevolmente da tutto el populo ».

Cfr. Leggenda e miracoli di Sant'Ercolano. Da un codice perugino del secolo XV già in Monteluce, ora nella Comunale. In Perugia, presso Vincenzo Santucci, 1880, p. 8.


*** Cfr. Ciatti, Delle memorie annali, et istoriche delle cose di Perugia. In Perugia, nella stampa episcopale appresso Angelo Bartoli, 1638, pp. 395-396 e p. 424.

**** Cfr. Paolo Galiano, L'armonia dell'anno: la sapienza del tempo nel calendario di Roma arcaica, Simmetria, Roma 2007, pp. 32-33.

L'inizio dell'Anno Romano era caratterizzato da una serie di riti per il rinnovamento, di carattere spiccatamente militare.
Tra questi, Galiano riporta le curiose TUBILUSTRIUM MARTI:
« Purificazione delle tubae, le trombe che venivano portate in guerra. » (p. 38).

***** Robert Graves si riferisce a « l'Eracle cananeo Melkarth ("protettore della città") » .
Cfr. Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 1999, nota 5.

****** Cfr. Perugia augusta descritta da Cesare Crispolti perugino.
In Perugia, 1648, pp. 13-14.


Sui legami tra il dio Marte e sant'Ercolano ---

Mauro Menichelli ha dedicato al tema diverse pagine, e addirittura un saggio sulla sassaiola in onore di Ercolano:

« Si noti: Ercolano ereditò da Ercole non solo il nome, ma anche le sue caratteristiche peculiari; Ercolano, agli occhi dei perugini, apparve per secoli come un 'Ercole' vero e proprio: indomito difensore a tutti gli effetti prima e, dopo morto, elevato alla posizione di patrono della città. »

Cfr. Menichelli, Templum Perusiae. Il simbolismo delle porte e dei rioni di Perugia, Futura, Perugia 2006, p. 161.

Dello stesso autore, vedi anche La battaglia dei sassi di Perugia. Storia e vicende di un antico gioco popolare, Volumnia Editrice, Perugia 2001, pp. 69 e segg. :

« Primo marzo: Lumenaria, palij e battaglia dei sassi per la festa di S. Ercolano »


Il pittore siciliano Salvatore Fiume nel 1950 realizzò per l'imprenditore Buitoni perfino un quadro sulla Sassaiola, oggi esposto nella sala Fiume di palazzo Donnini a Perugia
(sopra, un dettaglio).

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Nel mio piccolo, ho pensato che per introdurre il saggio del Saintyves sull'Origine del culto dei santi, non ci fosse argomento migliore di una nota su "Il culto di Marte e il Santo guerriero"...

domenica 20 gennaio 2019

La spada sì, ma con garbo!
Lezioni di bon ton francescano...



Gestire un gruppo che dopo i primi dieci anni di proselitismo contava già cinquemila discepoli*, non era cosa semplice!

Francesco aveva dato istruzioni molto precise ai suoi fedelissimi su come castigare i frati inadempienti per imporre l'Obbedienza tra i Minori, ricorrendo solo nei casi più ostinati alle maniere forti...

« Il beato padre era convinto che raramente bisogna comandare per obbedienza, perché non si deve scoccare per primo il dardo, che va usato come ultima risorsa. Diceva: "Non bisogna mettere subito mano alla spada!"
E aggiungeva: "Chi non obbedisce senza indugi al precedetto dell'obbedienza, è uno che non ha né timore di Dio né rispetto per gli uomini, a meno che non abbia un motivo di necessità per tardare"
**. » (ff 1737)

Il mite san Francesco talvolta ricorreva a delle vere intimidazioni verbali, per evitare che qualche frate più audace degli altri gli sfuggisse di mano, cadendo nelle tentazioni della Curia!

I suoi ammonimenti servivano ad imporre una rigida disciplina che tutti erano tenuti ad osservare.

Sia la Compilatio Assisiensis sia lo Speculum Perfectionis indugiano su queste velate minacce: siamo al Capitolo delle stuoie* alla Porziuncola.
Dopo essere stato catechizzato dal cardinale Ugolino sull'importanza di dotare i frati di una Regola, che assicuri proprietà alla fraternitas, sul modello degli Ordini benedettino e agostiniano, Francesco prende per mano il Cardinale e davanti a tutti pronuncia un discorso avvelenato...

« Tutte queste cose riferì il cardinale al beato Francesco in tono di ammonizione.
Il beato Francesco, senza rispondere nulla, lo prese per mano e lo condusse tra i frati riuniti a capitolo, e così parlò ad essi in fervore e forza di Spirito Santo:

"Fratelli miei, fratelli miei!
[...] Il Signore mi ha detto che io dovevo essere come un novello pazzo in questo mondo, e non ci ha voluto condurre per altra via che quella di questa scienza. Dio vi confonderà proprio per mezzo della vostra scienza e sapienza. Io confido nei castaldi del Signore: per loro mezzo Dio vi punirà. E allora tornerete al vostro stato, lo vogliate o no, con vostra vergogna".

Molto rimase stupito il cardinale, e niente rispose; e tutti i fratelli furono pieni di grande timore. » (ff 1761)

Ma cosa temevano di preciso i frati?

Tommaso da Celano ci suggerisce quanto potessero essere crudeli le punizioni dei "castaldi del Signore"
: il canonico Gedeone, un sacerdote della Cattedrale di Rieti miracolato da Francesco, non sopravvisse alla loro vendetta...

« Nel tempo in cui il santo padre giaceva ammalato nel palazzo del vescovo di Rieti, era pure costretto in un letto, perché infermo e attanagliato dai dolori, un canonico di nome Gedeone, uomo sensuale e mondano.
Fattosi portare da Francesco, lo scongiurò con lacrime a voler fare su di lui il segno della croce.
Rispose il santo: "Come posso benedirti se da gran tempo sei vissuto secondo i desideri della carne e senza timore del giudizio di Dio?"
E continuò: "Ecco, io ti segno nel nome di Cristo. Ma tu ricordati che subirai pene maggiori se, una volta guarito, ritornerai al tuo vomito"
.

[...] Passato poco tempo, dimenticandosi di Dio, [Gedeone] si abbandonò di nuovo alla sensualità.
Una sera si trovava a cena da un canonico suo collega e si fermò quella notte a casa di lui. All'improvviso crollò su tutti il tetto della casa; ma, mentre gli altri scamparono alla morte, lui solo, lo sventurato, fu schiacciato sotto il peso delle macerie e morì
. »
(ff 626)

Che dire? Povero Gedeone!


Note alle immagini ---

_In apertura, San Francesco ed un devoto in ginocchio, committente dell'affresco.
Pittura presente su una colonna della chiesa di San Francesco presso Narni (Terni), XIII secolo.

_A fianco, un curioso fraticello bastonatore da un manoscritto della Bodleian Library di Oxford, per segnatura MS. Bodl. 264, fol 21 v.

Un dettaglio della miniatura si trova pubblicato anche su Wikipedia.


Note al testo ---

*La Compilatio Assisiensis (o Legenda Antiqua perusina, di cui avevo già scritto in margine a questo post) e lo Speculum Perfectionis stimano cinquemila frati presenti al Capitolo delle Stuoie alla Porziuncola (ff 1564 e 1761).
Secondo i commentatori della Compilatio, il Capitolo si sarebbe tenuto tra il 1222 ed il 1223.
Cfr. Feliciano Olgiati e Daniele Solvi, Compilazione di Assisi in Fonti Francescane, Padova 2004, p. 893, nota 12.

**Il discorso sull'uso della spada per educare come extrema ratio, è ripetuto con le medesime parole nella Vita Seconda [153] di Tommaso da Celano e nella Compilatio Assisiensis [1].
Sono per ciò parole sicuramente attribuibili a Francesco.

_Va ricordato che Francesco dopo il 1221, rassegnando le dimissioni da Superiore, aveva già perso i poteri decisionali sulla fraternitas: è improbabile quindi che il cardinale Ugolino facesse ancora pressioni su di lui per redigere la Regola.


Post correlati ---

L'uso della violenza per imporre la disciplina sui frati è ricorrente nelle Fonti Francescane.
L'intimidazione era uno strumento utilizzato da Francesco. Bonaventura ci narra il rogo del cappuccio di un frate negligente, per ricondurlo all'Obbedienza:
_Vedi il post: Il bello dei cadaveri: l'Obbedienza secondo San Francesco.

Le Fonti ci raccontano inoltre come Francesco si servisse a Firenze di un frate 'pugile', quando i richiami verbali non erano sufficienti.
_Vedi il post: San Francesco e il pugile di Firenze: a scuola di pugni prima di papa Bergoglio.

Malgrado la violenza fosse un comune denominatore per imporre la disciplina tra i frati, qualcuno sfuggì al controllo di Francesco.

Il caso di frate Giovanni da Campello testimonia come scomunica e impiccagione siano strumenti non sconosciuti alle Fonti.
_Per questo argomento, rimando al post: San Francesco e l'epurazione dei dissidenti: l'impiccagione di frate Giovanni.