giovedì 25 maggio 2017

Il feticcio inchiodato --- indagine sul mito di Santa Rita.


Oggi per raccontare la mia ultima "fatica" editoriale, vi propongo un gioco di antropologia visuale.

In sequenza troverete due immagini.
La prima è il celebre ritratto di Santa Rita, realizzato nel 1457 sulla cassa funebre da un anonimo pittore tardo-gotico:
Rita si erge brandendo la famosa spina del crocefisso, che ha appena estratto dalla sua fronte.

Nel dipinto Rita non figura cinta dalla classica aureola, ma è incoronata da una curiosa raggiera a forma di spine...


La seconda immagine che voglio mostrarvi, è una foto che ho scattato in un mercato antiquario tenutosi qui a Perugia qualche mese fa, dove c'era un espositore con una statuetta africana molto particolare: un feticcio inchiodato!

Idoli di questo tipo venivano ancora usati nei primi decenni del '900 con funzione apotropaica e terapeutica: lo stregone inchiodava la statuetta tante volte quante erano le persone che necessitavano di guarigioni.

Tutti i chiodi -eccetto uno- sono avvolti con una corda che il feticcio stringe con la mano destra.
Nell'immaginario magico primitivo, i devoti sanno che il feticcio non si dimenticherà di estrarre nemmeno uno dei loro chiodi.

Nota. Lo stregone ha conficcato il chiodo più importante -quello che non è legato alla corda- nella testa del feticcio...



Questo accostamento tra Rita e il feticcio vi lascia perplessi?

Andiamo per gradi. Le agiografie traducono spesso in forma di narrazione mitologica delle usanze di origine stregonesca.

Secondo gli agiografi, una spina del Crocefisso si sarebbe infissa sulla fronte di Rita mentre la beata era raccolta in preghiera...

« Ritiratasi per tanto nella sua Cella, e gettatasi a' piedi d'un Crocifisso [...] con amare lagrime cominciò a supplicarlo che le comunicasse almeno una particella delle sue pene.
Incontinente con miracolo singolare una Spina della Corona di Christo le ferì di tal forte la fronte, che fino alla morte vi rimase impressa insanabilmente
»



Questo prodigio era documentato anche nel frontespizio della Vita scritta dal frate Agostino Cavallucci nel 1610: Rita osserva attonita il Crocefisso che si anima e la trafigge.



Secondo Cavallucci, il corpicino di Rita è segnato fin dalla nascita, quando nella culla la piccola santa riceve la visita pungente di alcune api...

« La leggenda già allora si era impossessata del dato storico e vi aggiungeva che le api entravano e uscivano dalla boccuccia della bambina come se fosse diventata un bugno*. »



In un altro dipinto del Seicento di mano anonima conservato nel Santuario casciano, la boccuccia della neonata si trasforma in una ferritoia da cui le api entrano ed escono.



Questa investitura magica trasforma Rita nella santa delle spine.

In punto di morte, la Santa compie il prodigio di far fiorire una rosa nel proprio orticello in pieno inverno e chiede ad una parente di andare a coglierla...

« [...] voleva una rosa del suo orto, però vicino a casa sua in Rocca Porena haveva Rita un'horticello, da se stessa accomodato, dove erano alcune piante di Rose.
A si fatta dimanda quasi fra se stessa sorrise la sua parente, essendo in quel tempo il mese di Gennaro, e più presto giudicò che Rita vaneggiasse per il gran male


[...] arrivata che fu alla Rocca Porena, e riguardando a caso nell'Orticello di Rita, vidde nel mezzo del Rosaio miracolosamente una fresca e colorita Rosa, alla cui vista subbito si ricordò della domanda che Rita il giorno avanti le haveva fatta, e tutt'ammirata colse l'odorata e colorita rosa** »

I devoti ritiani ancora oggi associano ai poteri della santa le rose, abbandonate sullo Scoglio di Roccaporena per invocare la protezione e le guarigioni della Santa degli impossibili!


Come ho detto sopra, le agiografie spesso traducono delle antiche usanze in narrazioni fantastiche.

Secondo il Breve Racconto, Rita si era addirittura cucita le spine nella veste per esserne trafitta ogni volta che si muoveva...

« [...] dentro alla tonaca haveva cucite alcune acutissime spine, che nel muoversi la trafiggevano »



Da dove vengono tutte queste spine?
Perché per i devoti era così importante associare le spine alla santa, addirittura vedere il suo corpo trafitto?

L'antropologo Henri Gaidoz in uno studio di fine Ottocento sulle analogie tra devozione cristiana e stregoneria africana, ci fornisce un indizio prezioso, raccontando dell'usanza in molti paesi francesi di configgere le statue dei Santi con degli spilli.

I fedeli trasferivano così il proprio dolore, in modo che il santo lo assorbisse e si ricordasse di estrarre gli spilli.

Tra i tanti aneddoti, Gaidoz narra anche la disavventura occorsa ad un ragazzo bretone non troppo furbo: Jean le Diot***...

« Jean le Diot [l'Idiota] aveva rotto la statua di san Mirli molto venerato in paese e la cui festa avrebbe avuto luogo l'indomani. Per tener segreta la cosa, sua madre convince Jean a prendere il posto del santo. Ella si recò di prima mattina alla cappella, mise addosso al ragazzo una lunga tunica bianca e lo fece mettere in ginocchio nella nicchia del santo, raccomandandogli di non muoversi. L'uso era, durante i pellegrinaggi a San Mirli, d'infilzare degli spilli nel ginocchio della statua nel pronunciare il proprio voto.

Le donne andarono a inginocchiarsi davanti alla statua dicendo: "benedetto san Mirli, fate che la mia casa venga preservata da ogni male!" I primi spilli non fecero che sfiorare la pelle di Jean le Diot ed egli non si mosse: altri invece lo punsero a sangue ma si limitò a mormorare "Ah! Vecchia strega!" .
Alla fine una donna gli conficcò uno spillo così a fondo che egli emise un grido, fece un balzo fin sopra la testa della vecchia atterrita e fuggì via, mentre nella cappella tutti gridavano:
"Oh! Il nostro san Mirli se ne scappa!"
»

In realtà, inchiodare le sacre raffigurazioni era una pratica estesa ben al di là dei villaggi francesi!

L'antropologo perugino Giuseppe Bellucci nel suo saggio
I chiodi nell'etnografia antica e contemporanea, ci racconta qualcosa in più sull'inchiodatura delle statue nei luoghi sacri.


Bellucci narra in particolare di un crocefisso e di due cuscini guarniti di spilli ai suoi piedi...

« A Lovanio, nella chiesa di S. Pietro, si venera un Cristo di grandezza naturale, scolpito in legno nero, vestito con un lungo abito di velluto rosso listato in oro.
[...] Ai piedi del Cristo vengono collocati due guanciali, copiosamente guarniti di spilli, uno coperto di seta gialla, l'altro di seta rossa, sui quali stanno impresse le parole: Ave Iesus.

- Una singolare iscrizione in fiammingo ed in francese dice:
si prega di non configgere spilli nella veste!
»

Se volete indagare i feticci inchiodati e il culto primitivo di santa Rita, non mi resta che augurarvi una buona lettura!



Note al testo ---

* Il brano è tratto da un opuscolo devozionale, l'Album santa Rita a cura del Monastero di S. Rita, Roma 1969, p. 34.

**L'episodio della rosa fiorita è narrato dal primo e più importante agiografo di santa Rita, il frate agostiniano Agostino Cavallucci in Vita della B. Rita da Cassia, in Siena, 1610, p. 97.

***Si tratta di un racconto che Gaidoz riprende dal contemporaneo Paul Sebillot, Contes populaires de la Haute-Bretagne, Paris 1880.

Altre Opere citate ---

Breue racconto della vita e miracoli della b. Rita da Cascia,
in Roma, 1628.

Giuseppe Bellucci, I chiodi nell'etnografia antica e contemporanea, Perugia, 1919, p. 161.

Henri Gaidoz, Deux parallèles: Rome et Congo in Revue de l'Histoire des Religions, Paris, 1883.

Nota alle immagini ---

I dipinti citati che narrano le Storie della beata Rita si trovano riportati assieme ad altri in
_ Pietro Amato, Mario Bergamo, Toti Carpentieri, Breve racconto della vita e dei miracoli della beata Rita: dipinti del 17. secolo del Monastero di Santa Rita da Cascia, Cascia, Chiesa di S. Francesco d'Assisi, 21 maggio-18 luglio 1993.

Un approfondimento consigliato ---

Sul Bellucci vedi anche il post Il sacro serpaio: i sacerdoti di Cerere e gli stregoni ciarlatani dell'Umbria dove accenno ad un'altra sua pregevole pubblicazione sugli amuleti e il feticismo.

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